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L’ambientalismo della Ue rende l’Europa un habitat ostile per l’intelligenza artificiale

I chip usati dalle aziende italiane – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – arrivano in larga parte da Taiwan, Corea del Sud, Cina. Sono loro i fornitori degli elementi diventati indispensabili per l’economia attuale, soprattutto con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, la cui produzione è però ad alto impatto ambientale e ora, in vista dell’entrata in vigore due nuove direttive Ue, ad alto impatto anche sui costi per le imprese acquirenti del Vecchio Continente.

I conti dell’inquinamento li ha fatti Greenpeace Asia nel report appena pubblicato ‘Chip Supply Chain’ che ha misurato l’impronta ambientale reale di dieci giganti americani del settore, considerando sia le emissioni prodotte dal gruppo, sia quelle appannaggio della sua catena di fornitura. Sono finite sotto la lente Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel.

Lo studio racconta che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia. Il rapporto va da un minimo del 33% per Amazon, la meno dipendente, ai picchi di Amd e Nvidia, le cui catene di forniture asiatiche producono rispettivamente l’84% e il 97% delle emissioni complessive dei due gruppi. La faccenda ha tre ragioni. La prima è che Taiwan, Cina e Corea del Sud sono sedi delle fabbriche di alcuni dei principali produttori al mondo di componenti usati per l’Ia. Il 90% dei server viene costruito a Taiwan. La Corea del Sud ha il 60% del mercato globale dei chip di memoria. Il problema è che queste fabbriche sono alimentate da centrali molto inquinanti, perché in Asia Orientale il 70-75% dell’energia proviene da fonti fossili.

I vari processi di litografia Euv e incisione (etching) richiedono inoltre un sacco di elettricità. Data la domanda in grande aumento per il settore, Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno. Equivale più o meno all’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda. La terza ragione dipende invece dai colossi americani dell’intelligenza artificiale.

Dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione europea sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi di intelligenza artificiale. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act.

L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, dato che la sua “dipendenza da chip asiatici” è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%.

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