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Ogni volta che mangiamo o beviamo ingeriamo dosi micro di plastica

Bere e mangiare comporta ingerire plastica: l’assunzione di carne, latticini, uova, verdure, cereali, frutta, pane e pesce comporta assunzione di plastiche nell’organismo. Infatti le piante assorbono particelle di plastica dal suolo tramite le radici e le introducono nelle catene trofiche, mentre gli animali le inalano o le ingeriscono, come le creature marine che le confondono con il plancton. Uno studio stima che la quantità di particelle involontariamente consumata in 109 Paesi sia aumentata di circa sei volte tra il 1990 e il 2018. L’apertura di una bottiglia di plastica può liberare circa 553 particelle per litro, mentre l’acqua del rubinetto, ne contiene meno di 10 per litro, secondo studi in Germania, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Chi beve acqua in bottiglia può ingerire fino a 90mila frammenti all’anno, contro i 52mila di chi consuma solo acqua del rubinetto. I contenitori per alimenti possono liberare particelle: frutta già sbucciata o macedonie in cellophane possono rilasciare fino a 250 frammenti per centimetro di confezione. Meglio evitare vaschette preconfezionate e privilegiare materiali come legno o acciaio per i pasti da portare. Chi consuma pasti pronti frequentemente dovrebbe moderarsi: uno studio in Cina stima che chi ne assume in quantità compresa tra 5-10 al mese possa ingerire da 145 a 5.520 particelle dai contenitori stessi. Ogni taglio su un tagliere in plastica può generare 100–300 particelle per millimetro di incisione. Un tagliere in polietilene può rilasciare da 7,4 a 50,7 grammi all’anno, mentre uno in polipropilene circa 49,5 grammi, quasi quanto una razione giornaliera di cereali. Perfino le pentole antiaderenti graffiate possono liberare frammenti, mentre materiali alternativi come silicone, vetro o acciaio inossidabile riducono il rischio. Quanto alle bioplastiche, le cannucce in Pla (acido polilattico) si sono spesso rivelate meno biodegradabili delle controparti tradizionali, frammentandosi in modo più rapido. Sale, grasso, acido e calore accelerano la “rottura” della plastica: un contenitore nel microonde può liberare fino a 4,22 milioni di frammenti e 2,11 miliardi di nanoframmenti per centimetro quadrato, mentre persino conservarlo in frigorifero produce un effetto simile, sebbene più lento.

Anche le pulizie domestiche generano microplastiche: le spugne usa e getta, soprattutto quelle abrasive, rilasciano fino a 7 milioni di frammenti durante l’uso.

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