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Quasi tre medicinali su quattro arrivano in Europa dall’Asia. E ora l’eccesso normativo espone la Ue al rischio di rimanere priva di forniture

Il 74% dei medicinali utilizzati nell’Unione europea proviene dall’Asia come Roberta Pizzocaro (presidente e azionista di Olon, industria di Rodano, nel Milanese, parte del gruppo della famiglia Pizzocaro) fa presente a Stefano Righi del Corriere della Sera. Vista la situazione internazionale, la Ue è dunque potenzialmente a rischio: le forniture di medicine potrebbero interrompersi. «È una situazione allarmante a livello europeo, ma in verità la criticità supera i confini della Ue: sono moltissime le aree del mondo che sono legate, a livello di medicinali, alle forniture prodotte in Asia, soprattutto in Cina e in India. In Europa, in particolare, il 74 per cento dei principi attivi utilizzati proviene dall’Asia» afferma Pizzocaro, sottolineando che l’outsourcing della produzione di medicinali è dovuto al fatto che «le normative europee impongono costi, penso a sicurezza e smaltimento, che in Asia non sono contemplati. Quindi i produttori asiatici possono entrare nel mercato europeo offrendo livelli di prezzo non sostenibili dalle imprese europee».

Il problema degli approvvigionamenti era già emerso all’epoca del Covid, ma il Critical Medicines Act con cui dopo quell’evento si è preso atto dell’opportunità di riportare in Europa la produzione di medicinali di primaria importanza è a tutt’oggi in via di elaborazione. E le imprese europee invocano par condicio rispetto ai produttori extra-Ue che intanto possono fare concorrenza sul mercato della Ue senza essere sottoposti a controlli tanto ferrei quanto quelli in vigore per chi produce nella Ue. «Le statine che abbassano il colesterolo vengono prodotte soprattutto in Asia, così come gli antibiotici e diversi anticancro ampiamente utilizzati negli ospedali italiani. Il diffusissimo Ibuprofene arriva dalla Cina».

Fuori discussione la qualità dei medicinali importati – non si tratta di prodotti di serie B, sono qualitativamente validi ed infatti ne è pienamente consentita la vendita in Europa – il problema tocca da un lato la capacità industriale europea, perché una normativa troppo severa verso chi produce in Europa provoca (in questo come in molti altri campi) la chiusura di aziende europee che non riescono a sopportare oneri a cui i competitors extra-Ue non sono sottoposti, e dall’altro la tutela del consumatore e la salute in generale degli europei perché se è vero che i medicinali prodotti fuori dall’Europa non passano attraverso lo stretto di Hormuz resta comunque il fatto che le crisi internazionali, basti pensare ai potenziali problemi dei collegamenti aerei dovuti al rincaro dei carburanti per via del contesto del Golfo Persico, mettono a rischio la regolarità delle forniture.

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