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Russi alle urne il 17-19 settembre per il Parlamento

Conto alla rovescia per l’avvio del processo elettorale che dovrà rinnovare il Parlamento russo. Dal 17 al 19 settembre, infatti, si apriranno le urne, fisiche e virtuali, per scegliere i 450 deputati della Duma, la camera bassa, nonché una serie di rappresentanti regionali. Il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, nei sondaggi è al minimo storico, in termini di gradimento. D’altro canto, l’opposizione “non sistemica” – ovvero quella extra-parlamentare – è stata letteralmente azzerata dall’ondata di repressioni scatenata negli ultimi mesi: il movimento fondato da Alexei Navalny è stato dichiarato estremista e tutte le figure apicali sono scappate all’estero. Chi è rimasto non è stato ammesso alle liste. Ciononostante, il passaggio è delicato. Perché racconterà molto di come si gestisce il potere al tempo del crepuscolo di Putin.

Intanto i numeri. Secondo l’istituto demoscopico VTsIOM, finanziato dallo stato, il blocco di governo non ha registrato più del 30% di favori da giugno. Il colpo di grazia fu la contestata riforma delle pensioni del 2018; poi la stagnazione economica, la riduzione del reddito disponibile e ora l’inflazione (sopra il 6%) hanno scosso duramente gli estimatori dello zar (che comunque gode di un gradimento personale ben più alto del suo partito). Putin è corso ai ripari, varando un pagamento straordinario di 10mila rubli per i pensionati e di 15mila per militari e forze dell’ordine (così come altre categorie di dipendenti pubblici). Una sorta di ‘stecca’ elettorale per addolcire gli animi. In più a guidare il listone nazionale ci sono pesi massimi come il ministro della Difesa Serghei Shoigu e il ministro degli Esteri Serghei Lavrov.

Dettagli, concordano gli esperti. “I sondaggi di Russia Unita sono pessimi ma non ha molta importanza”, ha detto al Moscow Times Alexei Mukhin, direttore del Centro di Informazione Politica, think tank legato al Cremlino. “Man mano che Putin assumerà un ruolo più attivo nelle ultime settimane, il suo sostegno aumenterà”. Ad essere meno accomodante è invece Andrei Kolesnikov, capo del programma di politica interna russa presso il Carnegie Moscow Center. “Tutto sta andando molto bene per il Cremlino”, ha commentato. “La strada verso le elezioni doveva essere spianata con le epurazioni della società civile, dei media indipendenti e degli oppositori politici: la strategia si è dimostrata molto efficace”.

Al di là di Navalny, la mannaia del Cremlino in effetti ha colpito ovunque, bollando come indesiderabili o agenti stranieri sia testate indipendenti del calibro di Dozhd sia ong come Golos, da tempo impegnate nel monitorare il corretto svolgimento delle elezioni. L’obiettivo è confermare la maggioranza schiacciante dei due terzi della Duma e, dunque, si temono brogli su larga scala.

A impensierire è soprattutto (ma non solo) il voto elettronico. Oltre a Mosca in altre 6 regioni sarà permesso e tra queste figura l’oblast di Rostov, compresi i residenti delle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk con passaporto russo. Ovvero una riserva di voti, circa 600mila, difficilmente controllabili. “Se i numeri non torneranno alle urne li faranno tornare col sistema elettronico”, confida un candidato del Partito Comunista. Detto questo, Russia Unita non può accaparrarsi tutti i seggi. Sarà dunque interessante capire chi e dove, tra i singoli candidati, riuscirà a passare il filtro. E dunque se il potere permetterà un minimo di (fisiologico) dissenso. In caso contrario, sarà l’occupazione definitiva delle istituzioni da parte del blocco putiniano.

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