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Abusi scandalosi di un dittatore camuffato con i poteri usurpati

L’abuso di potere è l’essenza della tirannia.

Manley Caldwell Butler

I primi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale sono stati molto difficili per i Paesi europei. Si dovevano affrontare diverse difficoltà, come la carenza dei generi alimentari e la ricostruzione. Ma, allo stesso tempo, i lungimiranti rappresentanti dei Paesi europei hanno pensato e collaborato per costituire anche delle strutture ed organizzazioni comuni. E per evitare un altro conflitto armato come quello appena finito, con tutte le sue tragiche conseguenze, si dovevano garantire, tra l’altro, anche il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano e dei principi della democrazia. Diritti e principi che potevano essere rispettati soltanto in un Paese dove funzionava lo Stato di diritto. Ragion per cui, il 5 maggio 1949 a Londra, i massimi rappresentanti di dieci Paesi europei (Belgio, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Lussemburgo, Irlanda, e Svezia), firmando proprio il Trattato di Londra, hanno costituito il Consiglio d’Europa. Da allora quasi tutti i Paesi europei hanno aderito al Consiglio d’Europa. Attualmente sono 46 i Paesi membri.

Lo statuto del Consiglio d’Europa stabilisce, tra l’altro, nel suo primo articolo, che lo scopo dello stesso Consiglio “… sarà perseguito dagli organi del Consiglio mediante l’esame delle questioni d’interesse comune, la conclusione di accordi e lo stabilimento di un’opera comune nel campo economico, sociale, culturale, scientifico, giuridico e amministrativo e mediante la tutela e lo sviluppo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”. Invece l’articolo 3 stabilisce che “Ogni membro del Consiglio d’Europa riconosce il principio della preminenza del Diritto e il principio secondo il quale ogni persona soggetta alla sua giurisdizione deve godere dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Esso li obbliga a collaborare sinceramente e operosamente al perseguimento dello scopo definito nel articolo 1”.

Tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa sono, tra l’altro, obbligati a rispettare anche quanto stabilisce la Carta europea dell’Autonomia locale. Si tratta di un importante documento vincolante, che sancisce e garantisce i diritti degli enti locali e dei loro rappresentanti eletti. Il 15 ottobre 1985 tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa sono stati invitati a sottoscriverla. La Carta è entrata poi in vigore il 1° settembre 1988. L’articolo 3 sancisce che “Per autonomia locale, s’intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare nell’ambito della legge, sotto la loro responsabilità, e a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici”. Aggiungendo che “Tale diritto è esercitato da Consigli e Assemblee costituiti da membri eletti a suffragio libero, segreto, paritario, diretto ed universale, in grado di disporre di organi esecutivi responsabili nei loro confronti”.

L’Albania, dopo la caduta del regime comunista, il 4 maggio 1992, ha presentato la sua richiesta ufficiale per diventare un Paese membro del Consiglio d’Europa. In seguito, per circa tre anni, sono state attuate tutte le previste procedure dell’adesione. L’Albania è diventato membro del Consiglio d’Europa il 13 luglio 1995. Proprio trent’anni fa. E come tale ha dovuto adottare anche la sua legislazione. L’articolo 13 della Costituzione stabilisce che “Il governo locale nella Repubblica d’Albania si organizza in base al principio del decentramento del potere ed esercita secondo il principio dell’autonomia locale”. Nel 2015 il parlamento ha approvato la legge “Per l’autogoverno locale”. Quella legge stabilisce, tra l’altro, che tutte le nomine e le rimozioni, ad ogni livello, nell’amministrazione comunale sono di competenza esclusiva del sindaco.

Ebbene, questi diritti, sanciti sia dalla Costituzione e dalla legislazione in vigore in Albania, sia dalla Carta europea dell’Autonomia locale, obbligatoria ad essere rispettata da ogni Paese membro del Consiglio d’Europa, sono state palesemente, consapevolmente e clamorosamente violate dal primo ministro albanese dall’inizio di questo mese. Lui, trovandosi in grosse difficoltà dopo il massacro elettorale dell’11 maggio scorso, di cui è il diretto responsabile, sta cercando in tutti i modi di recuperare la sua “immagine” infangata. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò. Ragion per cui da due settimane il primo ministro “è sceso in campo” e sta “ispezionando” alcuni municipi da lui controllati politicamente, ma non solo. Con quelle “ispezioni” lui, noto ingannatore ed ipocrita, cerca di presentarsi come una persona molto attenta agli interessi dei cittadini. Interessi che spesso, secondo lui, sono stati calpestati sia da certi imprenditori e sia da alcuni dirigenti dell’amministrazione locale. Ma si tratta delle stesse persone che lui si vantava fino a poco tempo fa. Si tratta proprio delle stesse persone che sono state molto “utili” ed attivamente impegnate per la “vittoria elettorale” dell’11 maggio scorso.

Adesso però, dopo aver “vinto” il quarto mandato consecutivo, lui sta ordinando la “punizione” di tutti quei dirigenti dell’amministrazione locale che “non hanno dimostrato la dovuta attenzione per i cittadini” (Sic!). E per far ciò ha usurpato anche i poteri dei sindaci, ordinando delle “massicce espulsioni” dei loro dipendenti, violando però così quanto sancisce sia la legislazione in vigore in Albania, sia la Carta europea dell’Autonomia locale, obbligatoria per tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa. Ma per salvare la propria faccia, il primo ministro ha “consigliato i colpevoli” di “riflettere e poi di dare le loro dimissioni”. E durante la scorsa settimana molti dirigenti si sono “dimessi” dai loro alti incarichi in vari municipi in Albania.

Ma al primo ministro albanese non sono bastate le “dimissioni” dei dirigenti dell’amministrazione locale in 54 dei totali 61 comuni del Paese. No, perché secondo lui, non erano soltanto i dirigenti “dimessi” colpevoli di non aver badato agli interessi delle comunità dove loro esercitavano i loro poteri. Durante una riunione con i sindaci, venerdì scorso, il primo ministro, oltrepassando i suoi diritti istituzionali e sempre calpestando consapevolmente quanto stabilisce sia la legislazione in vigore, sia la Carta europea dell’Autonomia locale, ha ordinato ai sindaci, usurpando i loro potere, di licenziare sia tutti i vicesindaci che tutti i dirigenti delle unità amministrative in tutti i 54 comuni da lui controllati. Durante la sopracitata riunione con i sindaci, l’11 luglio scorso, il primo ministro ha, tra l’altro, detto: “A proposito, sarebbe meglio cambiare anche i vicesindaci, perché li vedo molto stanchi, molto, molto stanchi, li vedo stremati”. E durante questo fine settimana, molti vicesindaci e dirigenti delle unità amministrazione hanno “riflettuto” e hanno presentato le loro “dimissioni” (Sic!). Mentre altri lo faranno, certamente, nei giorni seguenti. Perché, se no, saranno guai per tutti i disubbidienti. Perché se il primo ministro ordina, tutti devono ubbidire. Non si sa bene se il re di Francia, Luigi XIV, abbia detto nel lontano 1655, davanti ai parlamentari parigini la famosa frase “l’État c’est moi” (lo Stato sono io; n.d.a.). Ma di certo però, tenendo presente tutto l’operato del primo ministro albanese, compreso anche quanto ha ordinato durante queste ultime due settimane, lui è convinto che può fare tutto quello che vuole. Lui si che può dire “Lo Stato sono io!”. Sì perché lui, fatti alla mano, usurpando tutti i poteri, è diventato un dittatore.

Chi scrive queste righe è convinto che quelli sopracitati sono degli abusi scandalosi di un dittatore camuffato con i poteri usurpati. Sì perché la legge a lui consente soltanto di licenziare i sindaci, in seguito ad una definitiva decisione del tribunale per delle violazioni penali. Ma è sempre il sindaco che può licenziare i suoi dipendenti. Aveva ragione Manley Caldwell Butler: l’abuso di potere è l’essenza della tirannia. Ed in Albania si sta consolidando una tirannia, una nuova dittatura.

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