Altri ritardi che condizionano il processo europeo
Non vanno d’accordo il ragionamento e la fretta
Sofocle
La scorsa settimana il nostro lettore veniva informato sul percorso molto in salita del processo d’adesione all’Unione europea dell’Albania. Il 5 maggio scorso è stato reso pubblico il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo. Ebbene si tratta di un rapporto che ha evidenziato le problematiche reali, preoccupanti e spesso anche pericolose, non solo per l’Albania.
L’autore di queste righe, riferendosi al sopracitato rapporto, scriveva: “Una realtà quella [albanese] che però i massimi rappresentanti della Commissione europea non vedono e non riescono a percepire. Chissà perché?! Ma la stessa realtà, da anni ormai, è nota però a molti Paesi membri dell’Unione europea. Ragion per cui, i loro massimi rappresentanti nel Consiglio europeo non solo hanno bloccato il percorso europeo del Paese, ma hanno altresì posto nuove condizioni all’Albania da essere rispettate ed esaudite prima che il Consiglio europeo prendesse le decisioni ed avviasse le necessarie procedure legate al percorso europeo dell’Albania” (L’adesione di altri Paesi all’Unione europea solo per merito; 11 maggio 2026).
Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo trattava soprattutto il controllo del sistema della giustizia da parte del primo ministro albanese. Una realtà quella ormai documentata, denunciata e nota pubblicamente anche fuori dall’Albania. Una realtà però che ha generato forti reazioni in alcune importanti cancellerie europee, soprattutto dopo la clamorosa ed arrogante decisione del Parlamento albanese del 12 marzo scorso con solo i voti della maggioranza, di rifiutare la revoca dell’immunità come deputata, per l’ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia.
Il 19 novembre dell’anno scorso, dopo molte denunce fatte dall’opposizione ed in seguito a delle investigazioni dettagliate fatte da giornalisti coraggiosi e non ubbidienti al primo ministro e alla sua potente propaganda, un giudice altrattanto coraggioso del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere la stretta collaboratrice del primo ministro dai suoi incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il nostro lettore è stato informato durante questi ultimi mesi a più riprese sul caso con la dovuta e richesta oggettività, sempre basandosi sui fatti documentati e pubblicamente noti.
Riferendosi alla decisione del parlamento di non revocare l’immunità come deputata dell’orami ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo sottolineava che: “…L’immunità parlamentare fa parte del quadro costituzionale volto a garantire il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche”, aggiungendo che “…qualsiasi decisione in merito deve essere presa nel rigoroso rispetto delle disposizioni costituzionali e delle procedure giuridiche stabilite, senza interferenze politiche e senza ingiustificati ritardi”.
Il rapporto evidenziava anche la preoccupazione legata alla galoppante e ben radicata corruzione, partendo dai massimi livelli istituzionali e della politica ed il pieno controllo, da parte del potere politico, su tutte le risorse finanziarie ed umane dell’amministrazione pubblica. Risorse che garantiscono sempre i “successi elettorali” del partito/clan del primo ministro. Il rapporto ha fatto riferimento al massacro elettorale delle ultime elezioni politiche dell’11 maggio 2025. Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo evidenziava anche il clamoroso divieto all’opposizione di beneficiare, a livello parlamentare, dei propri diritti previsti dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dallo stesso Regolamento del Parlamento.
Il rapporto “…sottolinea l’importanza di combattere efficacemente la criminalità organizzata, compresi i reati di riciclaggio di denaro e traffico di droga e chiede una maggiore cooperazione con le agenzie dell’Unione europea come Europol (L’agenzia di polizia dell’Unione europea; n.d.a.) ed Eurojust (Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale; n.d.a.). Il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo “…invita le autorità ad accelerare i lavori per l’allineamento del quadro giuridico albanese in materia di criminalità organizzata con l’acquis comunitario, a rafforzare le capacità delle forze dell’ordine e a migliorare l’efficienza delle indagini”.
Il 12 maggio scorso è stato riunito di nuovo il gruppo COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU – Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea; n.d.a.). Si tratta di una struttura preparatoria che opera nell’ambito del Consiglio europeo. Da credibili fonti dello stesso Consiglio europeo risulta che sono sempre nove i Paesi membri, come accade ormai dal marzo scorso, che non approvano il rapporto IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report, ossia il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi; n.d.a). Il nostro lettore è stato però informato che senza quell’approvazione non può avanzare il processo dei negoziati per l’Albania. E da qualche mese i negoziati tra l’Unione europea e l’Albania sono entrati in una fase di stallo.
I Paesi che si oppongono all’approvazione del rapporto IBAR sono convinti che ormai in Albania il potere esecutivo controlla, oltre al potere legislativo, anche il potere giudiziario, in palese violazione del principio della separazione dei poteri di Montesquieu. E si riferiscono al caso della ex vice primo ministro ed ex ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Ma il gruppo preparatorio COELA continua a non approvare il rapporto IBAR sull’Albania anche per altre problematiche, che sono altrettanto importanti per il Consiglio europeo.
Il 30 aprile scorso era stata prevista a Berlino la Conferenza economica tedesca-albanese sul partenariato strategico, sulla cooperazione economica e sulle prospettive europee. Alla Conferenza era prevista la partecipazione del primo ministro albanese. Un evento preparato con il massimo impegno dagli organizzatori che dovevano garantire anche la partecipazione di alti rappresentanti del governo tedesco e membri del Bundestag (Parlamento federale tedesco ; n.d.a.). Ma è successo che tutti i rappresentanti del governo e del Bundestag invitati hanno rifiutato di partecipare alla sopracitata Conferenza economica tedesca-albanese, L’unico rappresentate che ha confermato la sua partecipazione era un sottosegretario del ministero dell’Economia.
Informato di quel massiccio rifiuto dalle massime autorità governative e parlamentari tedesche, anche il primo ministro albanese ha deciso di non partecipare alla Conferenza economica tedesca-albanese. Ma per lui quella era una personale sconfitta. Anche perché, avendo da anni fallito con l’adempimento dei criteri previsti per avanzare con il processo dell’adesione all’Unione europea, lui voleva sfruttare l’occasione per “fare spettacolo”. Bisogna sottolineare però che la Germania è tra quei nove Paesi che non approvano il rapporto IBAR sull’Albania.
Chi scrive queste righe pensa che anche quelli della scorsa settimana rappresentano altri ritardi che condizionano il processo europeo dell’Albania. Ritardi causati dal fallimento del governo albanese con le riforme richieste dall’Unione europea. Parafrasando quanto affermava circa ventiquattro secoli fa Sofocle, si potrebbe dire che non possono andare d’accordo i ragionamenti del Consiglio europeo sull’Albania con la fretta del primo ministro albanese di avere quello che non merita.




