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Bisogna dire pane al pane e vino al vino

In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto

interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato.

Bertrand Russell

Erano tante le risoluzioni e gli emendamenti da discutere e poi votare durante la sessione della scorsa settimana (17 – 19 giugno 2020) del Parlamento europeo. La sera tardi del 18 giungo, per appello nominale, si è votato anche un emendamento del gruppo del Partito Popolare europeo sull’Albania. Il testo dell’emendamento era: “Il Parlamento europeo sottolinea le 15 condizioni poste dal Consiglio europeo (il 26 marzo 2020; n.d.a.) che l’Albania deve adempiere prima della convocazione della prima Conferenza intergovernativa con gli Stati membri”. Il risultato è stato: 388 voti a favore, 280 contro e 19 le astensioni. Un risultato ulteriormente rafforzato durante la votazione trasversale nella seduta del 19 giugno scorso, con 532 voti a favore, 70 voti conto e 63 astensioni. Hanno votato a favore, oltre ai deputati del gruppo del Partito Popolare europeo e quegli del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, anche molti deputati dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici europei e altri. L’emendamento rappresenta ormai una Raccomandazione del Parlamento europeo da essere presa in considerazione dal Consiglio europeo, dalla Commissione europea e dal vicepresidente della Commissione, che è anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza.

Si tratta, con qualche modifica, di quelle 15 condizioni poste all’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea, dai capi di Stato e di governo, durante il vertice del Consiglio europeo del 26 marzo scorso. Ma a differenza della decisione presa dal Consiglio europeo il 26 marzo, quanto sancito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 19 giugno rappresenta anche una condizione sine qua non nel processo europeo dell’Albania. Perché se non si adempiono, tutte insieme, le 15 condizioni non si può arrivare neanche all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Cosa che non era stata esplicitamente chiarita dalla sopracitata delibera del Consiglio europeo. Ma soprattutto, quella Raccomandazione del Parlamento europeo, con un evidente, vasto e trasversale supporto degli eurodeputati, rappresenta un significativo segnale per la Commissione europea e per l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Perché dal 2016 ad oggi le raccomandazioni della Commissione europea per il Consiglio europeo e/o per chi di dovere sono state sempre positive, affermando e garantendo i “continui progressi” dell’Albania. Ma soprattutto le raccomandazioni della Commissione europea, dal 2016 ad oggi, non hanno mai contenuto la ben che minima condizione per l’Albania! Un contrasto eclatante quello, non solo con la realtà vissuta quotidianamente in Albania, ma anche con le opinioni ufficialmente espresse dai singoli Stati membri. Opinioni che sono state in seguito tradotte in condizioni e che sono aumentate con il passare degli anni. Da cinque iniziali che erano nel 2016, sono diventate nove e poi, dal 2019 sono diventate quindici! Le stesse 15 condizioni che, con qualche modifica, sono quelle che ormai rappresentano le condizioni sine qua non della sopracitata Raccomandazione votata definitivamente il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo. E che, tenendo presente quanto è accaduto in questi ultimi anni in sede europea, non solo con l’Albania, rappresenta un fatto più unico che raro. Il nostro lettore è stato sempre tenuto informato di tutto ciò. Anche con i tre articoli dell’aprile scorso, con i quagli l’autore di queste righe analizzava non solo le continue raccomandazioni “tutto rose e fiori” fatte dalla Commissione europea per l’Albania, in seguito agli “entusiasmanti successi e i continui progressi” raggiunti dal governo. Ma cercava anche di analizzare le decisioni del Consiglio europeo, compresa quella del 26 marzo scorso e, soprattutto, le conseguenze che potevano derivare da quella decisione.

In Albania il primo ministro e la sua potente e ben funzionante propaganda cerca di ingannare l’opinione pubblica con quanto si decide nelle istituzioni europee per l’Albania. Il primo ministro presenta, ovviamente, come degli “enormi successi”, suoi personali e del suo governo, quanto viene sempre raccomandato dalla Commissione europea. Almeno dal 2016. E, allo stesso tempo, cerca di manipolare il contenuto delle decisioni del Consiglio europeo e di negare l’esistenza delle condizioni poste. Comprese anche quelle del 26 marzo. Lo ha fatto ultimamente, il 9 giugno scorso, durante la riunione del Consiglio nazionale per l’Integrazione europea. Ha parlato a lungo di “successi e di evidenti progressi”. Ma non ha detto neanche una sola parola per le condizioni poste dal Consiglio europeo! E tutto ciò proprio in quella sede, dove si stava parlando del percorso europeo dell’Albania. Purtroppo quelle condizioni non le ha menzionate, durante il suo intervento in quell’occasione, nemmeno il rappresentante della Delegazione europea a Tirana. Invece lui, con le parole che ha detto, ma anche con quelle che doveva dire e non le ha detto, ha sostenuto la “versione dei fatti” del primo ministro, come sempre e come anche i suoi predecessori. Negare tutto quello che non conviene è una delle parole d’ordine del primo ministro albanese. E senza batter ciglio e come se niente fosse, ha avuto la spudoratezza e la faccia tosta di negare l’esistenza di quelle “maledette” condizioni, anche dopo la schiacciante e trasversale votazione della settimana scorsa dal Parlamento europeo della Raccomandazione sull’Albania!

Si tratta di condizioni che rispecchiano fedelmente la realtà, quotidianamente vissuta e sofferta dai cittadini albanesi. Condizioni che riguardano, tra l’altro, la mancata [e volutamente perduta] lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Ma anche la mancanza delle indagini per tutti coloro che hanno condizionato, controllato e manipolato i risultati elettorali. Condizioni che riguardano la riforma fallita del sistema di giustizia, compreso anche il non funzionamento [voluto], da quasi tre anni, sia della Corte Costituzionale, che della Corte Suprema. Dando così la possibilità al primo ministro, che purtroppo controlla ormai quasi tutto, di operare indisturbato. Come un vero dittatore. E lo sta dimostrando ogni giorno che passa, fatti alla mano!

Tenendo presente la drammatica situazione in Albania, come minimo, ormai è tempo di dire chiaramente la verità. Ormai è tempo di dire pane al pane e vino al vino! Ragion per cui quello diventa un obbligo istituzionale e morale, anche per i rappresentanti delle istituzioni europee, nel caso volessero assistere, aiutare e sostenere veramente il percorso europeo dell’Albania.

Chi scrive queste righe cerca di capire cosa realmente ha convinto la maggior parte dei deputati a votare a favore della sopracitata Raccomandazione del Parlamento europeo. Egli è convinto però, che porre quelle 15 condizioni all’Albania come una barriera da superare in anticipo e in modo convincente, prima di ogni ulteriore passo nelle procedure per l’adesione dell’Albania all’Unione europea, è stata, finalmente, una cosa giusta, dovuta ed indispensabile. Chissà se, tra le tante altre ragioni, ci sia stato anche il barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, il 17 maggio scorso?! Fatto che ha avuto una vasta e forte condanna non solo in Albania! E che, guarda caso, proprio oggi, 22 giugno, la Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo tratterà anche la realtà albanese e l’osceno abbattimento del Teatro. Teatro che rappresentava una parte integrante dell’eredità culturale europea, come hanno affermato le istituzioni internazionali specializzate! Forse è venuto il tempo di mettere, come cosa salutare, un punto interrogativo a tutto ciò che a lungo si era dato per scontato.

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