International

Bisogna reagire

Non c’è differenza tra uccidere personalmente e prendere decisioni

che invieranno altri ad uccidere. È esattamente la stessa cosa.

Golda Meir

Da lunedì 10 maggio sono ripresi gli scontri nella Striscia di Gaza. Tutto iniziò alcuni giorni prima, dopo la decisione della Corte Suprema israeliana, il 6 maggio, relativa allo sgombero di alcuni edifici abitati da palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Una zona quella che è sotto la giurisdizione israeliana dal 1980. Le proteste cominciate il 6 maggio si trasformarono in seguito in scontri veri e propri tra cittadini ebrei e palestinesi. Il 10 maggio scorso Hamas (organizzazione palestinese politica e paramilitare considerata come organizzazione terroristica da alcune nazioni nel mondo; n.d.a.) ha cominciato ad attaccare diverse città israeliane nella Striscia di Gaza con razzi e missili. In quegli attacchi Hamas è stata affiancata dalla Jijad islamica palestinese (gruppo militante palestinese, considerato come un’organizzazione sospetta di terrorismo; n.d.a.). Come immediata risposta Israele ha cominciato gli attacchi aerei contro obiettivi governativi e militari palestinesi nella Striscia di Gaza, ma anche su edifici civili, dove si sospettava fossero funzionanti degli uffici di Hamas. Gli scontri armati continuano incessanti dal 10 maggio e, ad oggi, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Sanità palestinese, sono 218 le vittime palestinesi. Durante questi nove giorni di scontri armati, secondo fonti ufficiali israeliani, sono stati lanciati verso Israele circa 3150 razzi, precisando anche che circa il 90% dei razzi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difesa missilistica. Sabato scorso è stata abbattuta anche la Torre dei Media a Gaza, l’edificio dove avevano sede sia l’Associated Press statunitense che l’emittente televisiva satellitare araba al-Jazeera. Nel frattempo gli scontri nella Striscia di Gaza continuano, nonostante le mediazioni diplomatiche di alcuni Paesi e/o organizzazioni internazionali. Domenica 16 maggio, papa Francesco, durante la preghiera della Regina Cæli, ha implorato e pregato per la pace in Terra Santa e in tutta la Striscia di Gaza.

Il 1o febbraio scorso in Myanmar l’esercito. guidato dal capo delle forze armate birmane, ha preso il potere dopo un colpo di Stato. Sono stati arrestati tutti i massimi dirigenti della maggioranza governativa, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace. Da allora in Myanmar continuano le proteste e gli scontri tra le forze armate e i cittadini. Domenica 16 maggio, papa Francesco ha celebrato la Santa messa per i cittadini birmani residenti a Roma. Il Santo Padre ha pregato per l’amato popolo birmano. Un popolo segnato e sofferente per la violenta repressione delle manifestazioni in Myanmar, dopo il golpe del primo febbraio scorso, che ha portato al potere la giunta militare. Durante la sopracitata messa un sacerdote birmano ha ricordato, tra l’altro, anche le parole dette da papa Francesco alcuni mesi fa, riferendosi a Suor Anne. La suora, le cui immagini, in ginocchio, davanti alle forze di sicurezza birmane, che scongiurava per la vita dei giovani, hanno commosso tutti. Allora papa Francesco disse: “…Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar, stendo le braccia e dico cessi la violenza”. Ieri, durante la messa, il sacerdote birmano ha fatto riferimento anche di “certi interessi internazionali” di alcune grandi potenze, che appoggiano il regime dei militari in Myanmar.

L’autore di queste righe pensa che, sia nel caso degli scontri degli ultimi giorni nella Striscia di Gaza, che nel caso degli scontri tra i cittadini e le forze armate, comprese le strutture paramilitari che appoggiano i golpisti in Myanmar, una parte della responsabilità è anche delle cancellerie occidentali e di quella statunitense. Egli pensa che certe preoccupanti e disumane realtà potevano essere state evitate se determinati atteggiamenti delle cancellerie occidentali sarebbero stati diversi. Purtroppo “certi interessi” economici e geostrategici delle grandi potenze internazionali spesso prevalgono sugli interessi delle popolazioni. Come nella Striscia di Gaza e in Myanmar.  Ed in Myanmar, ma non solo, la Cina, la Russia ed altri Paesi vendono le armi ed hanno diversi interessi. Ragion per cui “tollerano” i regimi! Interessi che hanno portato anche alla “chiusura degli occhi e delle orecchie” sia delle cancellerie occidentali che di certi “rappresentanti” delle istituzioni internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, di fronte alla restaurazione dei regimi totalitari. Compreso quello in Albania. Hanno chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla galoppante corruzione, alle attività illecite, alla connivenza documentata del potere politico con la criminalità organizzata e tanto altro. Tutto questo perché venga “garantita” una specie di stabilità, a scapito dei cittadini. Ma per loro, chi se ne frega dei cittadini! Essi sono delle pecore, come quelle della Fattoria degli animali, maestosamente descritta da George Orwell. Purtroppo, non di rado, i rappresentanti delle cancellerie occidentali e/o delle istituzioni internazionali, tollerano i nuovi dittatori e poi, con una vergognosa e dannosa “ipocrisia”, parlano di “diritti” e di “democrazia”! Ragion per cui, spesso, loro hanno fatto e stanno facendo di tutto per mettere in piedi e mantenere funzionante la Stabilocrazia in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

Proprio un anno fa, il 17 maggio 2020, è stato barbaramente demolito l’edificio del Teatro Nazionale in Albania. Un edificio, in pienissimo centro di Tirana, dichiarato protetto anche da alcune rinomate istituzioni specializzate internazionali. Le immagini trasmesse dai media in quel 17 maggio 2020 sembravano e somigliavano a quelle che si vedono in questi giorni quando si trasmettono le cronache di guerra dalla Striscia di Gaza. Ma mentre, per esempio, l’abbattimento della Torre dei Media a Gaza tre giorni fa è stata causata dai bombardamenti, quello dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, proprio un anno fa, è dovuto non a dei bombardamenti, ma da un atto vile e barbaro, voluto, ideato e programmato da anni nella diabolica e perversa mente dell’attuale primo ministro albanese.

La scorsa settimana Cristiana Muscardini scriveva per il nostro lettore che “…In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira”. Trattando l’importanza della conservazione dei monumenti e di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in varie parti del mondo, compresi anche dei Paesi evoluti, ella, giustamente, si chiedeva “…Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?” (Rimuovere la storia senza contestualizzarla; 12 maggio 2021).

L’autore di queste righe oggi farà semplicemente riferimento ad alcuni passaggi di quello che ha scritto un anno fa sul vigliacco, scellerato e barbaro abbattimento, nelle primissime ore del 17 maggio 2020 dell’edificio del Teatro Nazionale. Un anno fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre”. E poi continuava, scrivendo “…Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite…” L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche del perché di questo barbaro atto: ”…Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari” (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020).  Egli lo aveva ribadito già nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Dei profitti derivati dal riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Egli ribadiva, molto preoccupato, anche che “…Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura (Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura; 25 maggio 2020).

Chi scrive queste righe considera e, da tempo, ribadisce come molto significativo il simbolismo della vigliacca e barbara demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale in pieno centro di Tirana il 17 maggio 2020, proprio un anno fa. Ma dopo le elezioni del 25 aprile scorso e visto anche quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con l’opposizione in Albania, le ragioni per le quali i cittadini devono essere molto preoccupati sono ulteriormente aumentate. Spetta a loro scegliere tra essere pecore ubbidienti, oppure reagire contro il regime. Come in Myanmar.

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