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Come continuano a sopportarlo ancora?

La cattiveria di pochi è la disgrazia di molti.

Publilio Siro

“Un male terribile, fatale, che il Ciel forse inventò per castigar le colpe della terra, un mal pien di spavento capace, se va bene, d’empire i cimiteri in un momento, la Peste insomma – dirla pur conviene – faceva agli animali tanta guerra, che morivan colpiti a cento a cento”. Così comincia la fiaba Gli Animali Malati di Peste di Jean de La Fontaine. Tempo di pestilenza, durante la quale la morte mieteva con la sua falce a destra e a manca. Ragion per cui gli animali, molto preoccupati ed impauriti si radunarono a decidere cosa dovevano fare per liberarsi da quel castigo celeste. Sua Maestà, il Re Leone, che dirigeva il gran consiglio, prese la parola e disse “Amici miei, poiché davanti al Ciel tutti siam rei di colpe, ed è perciò che ne castiga, per toglierci di briga, ecco, direi che quei che ha più peccato nella sua vita, sia sacrificato”. Si doveva, perciò, trovare chi aveva più peccato per sacrificarlo. Tutti dovevano fare un esame di coscienza e confessare la verità. Cominciò lui, il Re Leone. In tutta sincerità disse ai suoi sudditi: “Già per parte mia confesso che provai ghiottoneria di molti agnelli, poveri innocenti, e che mi venne fatto per errore di mangiar qualche volta anche il pastore”. Fatta la sua confessione, il Re si rivolse agli altri, dicendo: “Io son pronto a scontar colle mie vene le colpe mie, se farlo oggi conviene, ma prima ciaschedun con altrettanta sincerità confessi, onde il più reo colla sua vita paghi il giubileo”. Subito prese la parola la Volpe e disse: “Che scrupoli son questi, Maestà, per quattro canagliucce di montoni? Non vedo che vi possa esser peccato a mangiar questa razza di minchioni”. Dopo di che, come ci racconta La Fontaine, “scoppiarono grandi gli applausi tra i cortigiani”. In quanto alle Tigri, agli Orsi e agli altri illustri poi “…non si cercò il pel nell’ovo e i minimi trascorsi, dal più ringhioso all’ultimo dei cani”. Tutti loro “…per poco non sembrarono al capitol dei santi a cui si può baciar le mani”. Era rimasto soltanto l’Asino a confessarsi. Il quale, seguendo gli altri, sinceramente pentito nel cuor suo, disse che un giorno “…andando nel fresco praticel d’un monistero, o fosse tentazione del demonio, o fame o gola di quell’erba tenera, brucò dell’erba (e fu cosa rubata per essere sincero), ma ne prese soltanto una boccata”. Appena udirono ciò, tutti gli animali, in coro, gridarono anatema! Un lupo, “intinto di teologia”, prese la parola e convinto, spiegò a tutti che “la cagion della moria venìa da questo tristo spelacchiato, che per il suo malfare bisognava che almen fosse impiccato. Mangiar dell’erba altrui…! ma si può dare azione più nefanda?”. Perciò il Lupo era convinto che “…la morte era una pena troppo blanda per espiar sì orribile misfatto”. E come disse il giudice fu fatto. Il povero Asino fu subito sacrificato con l’impiccagione, per il bene di tutti gli altri. Così finisce la fiaba.

Un’altra feroce “pestilenza” sta colpendo di nuovo il mondo, quello degli uomini questa volta. Dal gennaio scorso ad ora, sempre più paesi devono affrontare e fare i conti con la pandemia causata dal coronavirus. Purtroppo, ogni giorno che passa, la situazione sta diventando sempre più preoccupante. Dai rapporti giornalieri sembra che si stia combattendo una terribile guerra, con tante vittime umane.  Colpa del virus che sembra essere molto aggressivo. Ma non solo del virus. Perché ormai, dopo quasi tre mesi, a fatti accaduti e non di rado, sembra sia stata anche colpa delle decisioni prese dalle istituzioni responsabili e dai vertici decisionali in diversi paesi. Lo dimostrerebbe l’allarmante evoluzione della pandemia, con tutte le sue conseguenze, non solo in Italia ma, durante questi ultimi giorni, anche in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, negli Stati Uniti e in India. È tempo di prendere urgentemente, consapevolmente e responsabilmente le giuste, anche se sofferte, decisioni. È tempo di azioni determinate e, se possible, anche comuni, tra i vari paesi. È tempo di aiutare e di aiutarsi a vicenda. Ma è tempo anche di sacrifici (non come nella fiaba di Jean de La Fontaine) da parte di tutti, nessuno escluso!

Dalla settimana appena passata, la pandemia si sta ulteriormente propagando anche in Albania. E se si considera l’evoluzione della malattia e l’esperienza degli altri paesi, allora le previsioni sarebbero tutt’altro che rassicuranti. Ad ora, 23 marzo, secondo i dati ufficiali in Albania sono 89 (dato di ieri) le persone ricoverate in isolamento e 5 i decessi. Cifre queste che, con molta probabilità, potrebbero però essere anche maggiori. Perché sono diverse le ragioni, scientificamente parlando e tenendo presente quanto è successo e sta succedendo negli altri paesi, che inducono a dubitare sulla veridicità dei dati. Secondo alcuni noti virologi, infettivologi e altri specialisti del settore, la situazione sta diventando realmente preoccupante. Secondo loro, nei prossimi giorni i numeri potrebbero aumentare in Albania, ma non più come fino ad ora. Una situazione questa che dovrebbe seriamente e responsabilmente preoccupare chi di dovere.

Una cosa però è certa; la pandemia non si affronta e non si vince diffondendo paura e causando terrore psicologico tra i cittadini. È tempo di massima responsabilità istituzionale e personale, da parte di tutti. Sia dai dirigenti e rappresentanti governativi e statali, primo ministro per primo, che dai cittadini. Ai primi si chiede la massima consapevolezza, dedizione e trasparenza durante la gestione di questa grave e allarmante emergenza. Mentre ai cittadini si chiede una responsabile comprensione della pericolosità della situazione e delle sue inevitabili conseguenze, nonché una ragionevole ubbidienza e collaborazione a rispettare le indispensabili e necessarie decisioni prese dalle istituzioni e, perché no, anche tutte le derivanti privazioni. Privazioni che in tanti le percepiscono anche come dei sacrifici. Ma che comunque sia, sono necessariamente e spesso anche indispensabilmente, delle privazioni da accettare con la dovuta consapevolezza civica, e spesso oltrepassando gli interessi e il bene della singola persona.

Purtroppo il primo ministro albanese urlando “Alla guerra!”, considera come traditori i cittadini preoccupati, angosciati, disorientati e delusi dalle sue dichiarazioni e decisioni che, a breve distanza di tempo, si contraddicono l’un l’altra e confondono tutti. Quanto è accaduto e sta accadendo quotidianamente, durante questo periodo, lo dimostra senza ombra di dubbio. In un periodo del genere, le decisioni e le misure prese dovrebbero essere tali da stimolare la consapevolezza e la convinzione dei cittadini. Ma mai la paura e il terrore psicologico. Purtroppo questo sta facendo il primo ministro. Lui ha minacciato sabato scorso i cittadini, tutti i cittadini, che se continuano a radunarsi nei negozi per comprare, userà il gas lacrimogeno per disperderli! Come in tutte le dittature, anche lui sta usando la paura per dominare le masse. Il primo ministro ha scelto di generare la paura e sta usando la “strategia della paura”, proprio dalla paura che lui ha dalle conseguenze, a breve tempo, di quanto ha fatto durante questi anni. Per lui i cittadini sono il nemico, contro il quale si deve esercitare violenza da parte della polizia e dall’esercito! E per dare ragione alle sue scelte, sabato scorso ha consapevolmente cercato di ingannare di nuovo. Ha postato dal suo sito un video in cui si vedevano dei poliziotti che caricavano e colpivano la gente. Scrivendo però, che tutto stava succedendo in Spagna in questi giorni. Mentre le immagini erano quelle di una brutale repressione di una protesta dei cittadini in Algeria alcuni mesi fa!

Chi scrive queste righe, riferendosi al primo ministro e ai tanti sofferenti cittadini, si chiede: ma come mai continuano a sopportarlo ancora? Perché, come era convinto anche Publilio Siro, la cattiveria di pochi è la disgrazia di molti. Mentre la sopracitata fiaba di La Fontaine possa servire come un valido insegnamento per tutti. Soprattutto per non essere sacrificato il meno colpevole!

 

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