Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali
L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti
è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.
Karl Popper; da “La società aperta e i suoi nemici”, 1945
Il 17 dicembre scorso a Bruxelles si è tenuto il vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. L’Unione è stata rappresentata dal presidente del Consiglio europeo, dalla presidente della Commissione europea e dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, mentre i Paesi balcanici erano rappresentati dai rispettivi capi di Stato e di governo. Era assente solo il presidente della Serbia, il quale ha “giustificato” la sua assenza come un “atto necessario per proteggere la Serbia e i suoi interessi”. Interessi però legati alla Russia.
Alla fine del vertice è stata pubblicata una Dichiarazione comune firmata dai massimi dirigenti delle istituzioni dell’Unione europea e dei Paesi membri dell’Unione, dopo essersi consultati anche con i rappresentati dei Paesi balcanici, presenti al vertice. La Dichiarazione, nel suo primo paragrafo, afferma che “….La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e le crescenti sfide geopolitiche sottolineano la necessità di legami sempre più forti tra l’UE e i Balcani occidentali”. I firmatari affermano, altresì, che il vertice riconferma “…il partenariato strategico tra l’Unione europea e i Balcani occidentali”.
“Riaffermiamo il nostro impegno pieno e inequivocabile a favore della prospettiva di adesione all’Unione europea dei Balcani occidentali. Il futuro dei Balcani occidentali è nella nostra Unione. L’allargamento è una possibilità realistica, che dovremmo cogliere”. Così dichiarano i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei Paesi membri nel secondo paragrafo della Dichiarazione. Si tratta di una strategia ormai nota, che da alcuni anni è stata adottata dall’Unione europea nei confronti dei Paesi balcanici. Una strategia geopolitica per affrontare le influenze, nei Balcani occidentali, della Russia, ma anche di altri Paesi, come la Cina e quelli del Golfo Persico.
Invece nel quarto paragrafo della Dichiarazione viene sancito che “l’allargamento rappresenta un investimento geostrategico nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità”. Di questo argomento ha parlato anche la presidente della Commissione europea alla fine del vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. Lei ha dichiarato che “…In questi tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta di pace. È una scelta strategica […]. Gli attuali venti geopolitici contrari sono forti e rapidi. E la velocità del processo di adesione deve essere all’altezza dei cambiamenti geopolitici”.
Bisogna però evidenziare che la scelta delle strategie deve essere molto attenta e responsabile. Si, perché come la storia, ma anche gli sviluppi degli ultimi anni ci insegnano, determinate “strategie” adottate dall’Unione europea in precedenza e riferite ad alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Europa orientale, hanno creato e continuano a creare serie preoccupazioni e problematiche.
Nel quinto paragrafo della Dichiarazione si esprime il compiacimento dell’Unione europea per l’impegno delle autorità responsabili dei Paesi balcanici “….a difendere i valori e i principi europei, in linea con il diritto internazionale, il primato della democrazia, i diritti e i valori fondamentali e lo Stato di diritto, e si aspetta che dimostrino tale impegno sia a parole che nei fatti, assumendo la titolarità e attuando le riforme necessarie, in particolare sulle questioni fondamentali”.
Mentre nel diciassettesimo paragrafo della Dichiarazione i firmatari fanno appello alle autorità dei Paesi candidati dei Balcani occidentali di “….proseguire gli sforzi congiunti nella lotta contro la corruzione, il traffico di droga e tutte le forme gravi di criminalità organizzata […] in linea con il nuovo piano d’azione comune firmato di recente e alla luce dell’avvio della coalizione europea contro la droga per affrontare le sfide in questo ambito”.
Sì, è veramente importante, e la storia ci insegna e ci consiglia, che i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea debbano insistere e chiedere ai massimi rappresentanti di ogni singolo Paese candidato di rispettare i criteri di Copenaghen ed altri documenti fondamentali dell’Unione stessa. E, allo stesso tempo, i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, facendo riferimento anche ai rapporti ufficiali delle strutture specializzate dell’Unione e anche di altre organizzazioni internazionali, debbano chiedere e pretendere che in ogni Paese candidato vengano combattute la corruzione e la criminalità organizzata, nonché i traffici illeciti degli stupefacenti.
Ogni Paese candidato dovrebbe dimostrare che merita veramente di diventare un Paese membro dell’Unione europea. E per essere tale, prima di tutto, deve rispettare i principi di una funzionante democrazia. Perché fare diventare membro un Paese dove si sta consolidando un regime, una dittatura camuffata da pluripartitismo, solo per delle ragioni “geostrategiche e geopolitiche”, sarà una scelta che, prima o poi, potrebbe diventare problematica e preoccupante. La storia degli ultimi anni ce lo insegna. E nei Balcani occidentali, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti documentati e pubblicamente noti alla mano, ci sono alcuni Paesi dove non si rispettano i principi democratici, dove la corruzione è diventata un male endemico e dove la criminalità organizzata è attiva e spesso convive e collabora con il potere politico. L’Albania, fatti accaduti, pubblicamente ed internazionalmente noti alla mano, è uno di questi Paesi.
Basterebbe solo lo scandalo milionario dell’appalto per la costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania per dimostrare e testimoniare la vera, vissuta, sofferta e drammatica realtà albanese. Si tratta di uno scandalo in cui sono direttamente e attivamente coinvolti la vice primo ministro, allo stesso tempo ministra delle Infrastrutture e dell’Energia e anche il primo ministro, il quale continua a minacciare i giudici e i procuratori che hanno indagato e deciso sul caso. Il nostro lettore è stato informato, con la dovuta e richiesta oggettività, durante le precedenti settimane di questo nuovo, clamoroso e milionario scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025).
Ma la scorsa settimana in Albania sono state rese pubblicamente note una vasta documentazione, comprese delle intercettazioni, legate ad un nuovo e clamoroso scandalo milionario in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro. Il nostro lettore sarà informato dettagliatamente di questo scandalo.
Chi scrive queste righe è convinto che l’Albania, in queste condizioni, non può diventare un Paese membro dell’Unione europea. E se questo accadrebbe, per motivi “geopolitici e geostrategici”, ma anche per degli “interessi” di alcuni dei “grandi dell’Europa”, allora sarebbe un’offesa per i Padri Fondatori dell’allora Comunità Economica Europea, ormai diventata Unione europea. Ma anche per milioni di cittadini dei Paesi membri e per tutti coloro che credono nei valori fondamentali dell’umanità, della democrazia e dello Stato di diritto. Valori che vengono violati quotidianamente e consapevolmente in Albania da chi di dovere, partendo dal primo ministro. Anzi, soprattutto da lui. Aveva ragione il noto filosofo Karl Popper quando affermava che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.




