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Dittature abbattute e da abbattere

È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.
Visconte Alexis de Tocqueville

Era il 9 novembre del 1989. Proprio trentuno anni fa si abbatteva il muro di Berlino. Si abbatteva il famigerato simbolo delle dittature comuniste. Ormai è pubblicamente noto quanto accadde durante quel giorno a Berlino. Era Günter Schabowski, l’allora ministro della propaganda della Repubblica Democratica tedesca (DDR) a cui fu dato il compito di dichiarare la decisione presa dal politburò del partito. Decisione secondo la quale i cittadini potevano attraversare il confine che divideva le due Germanie. Confine che il muro di Berlino delimitava. Alla domanda dell’inviato ANSA sull’apertura dei posti di blocco in diversi punti del Muro, il ministro rispose “…Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”. La notizia si diede in diretta televisiva. Ci volle poco che i cittadini del Berlino Est, avendo seguito la dichiarazione del ministro della propaganda, corressero subito verso il Muro. Le guardie, non essendo state avvertite in tempo, comunque non potevano opporsi a quella inarrestabile onda umana ed aprirono i punti di controllo. Finalmente, dopo ventotto anni (la costruzione del muro iniziò il 13 agosto 1961; n.d.a.), i cittadini berlinesi potevano andare liberamente dall’altra parte. Quel 9 novembre 1989 segnò l’abbattimento simbolico del Muro di Berlino. Proprio quell’abbattimento che il 12 giugno 1987 il presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan chiese a distanza a Michail Gorbačëv, Segretario Generale del Politburò dell’Unione Sovietica, davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino Ovest. Erano provvidenziali e rimarranno nella memoria pubblica quelle parole pronunciate da Regan. Rivolgendosi a Gorbačëv disse: “Se cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, se cerca liberalizzazione, venga qui a questa porta. Signor Gorbačëv apra questa porta! Signor Gorbačëv, signor Gorbačëv, abbatta questo muro!” (Tear down this wall! – Abbatta questo muro!). Quelle erano parole che tuonarono forti e saranno ricordate a lungo. Quella richiesta e quella sfida diretta si realizzarono due anni dopo, proprio il 9 novembre 1989! In seguito cominciò un processo inarrestabile che sancì l’abbattimento dei sistemi autoritari e dittatoriali costituiti in tutti i paesi dell’Est europeo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quella data, il 9 novembre 1989, sarà ricordata sempre come una delle più importanti e significative date del ventesimo secolo.

L’Albania è stato l’ultimo Paese dove, nel dicembre del 1990, con le proteste degli studenti di Tirana, cominciò finalmente l’abbattimento della dittatura comunista. Ed, a confronto delle altre, era la dittatura più spietata, fatti storici e realtà vissute e drammaticamente sofferte alla mano. Cominciò allora in Albania il periodo della difficile transizione verso un sistema democratico. Ma nessuno allora avrebbe pensato che quel processo di transizione durasse così a lungo. Perché purtroppo rimane ancora un processo in corso, essendo l’Albania considerato come un Paese con una “democrazia ibrida” dalle istituzioni internazionali specializzate. In realtà sta accadendo ben peggio. Sì, perché da alcuni anni risulterebbe che in Albania si stia restaurando e consolidando una nuova dittatura. Una dittatura sui generis, che la propaganda governativa cerca, in tutti i modi, di nasconderla come realtà vissuta e sofferta e di camuffarla dietro delle facciate fasulle di una democrazia in crescita. Ma dati, fatti accaduti e documentati alla mano, risulterebbe che si tratti proprio di una nuova, restaurata e funzionante dittatura, ormai gestita da una pericolosa alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti internazionali. Il che, per certi aspetti, sarebbe anche peggio della stessa dittatura comunista.

L’autore di queste righe, da anni ormai, ha informato il nostro lettore di una simile preoccupante realtà in Albania. Anche quanto egli scriveva la scorsa settimana era un’ulteriore testimonianza del consolidamento di questa dittatura in azione (Irresponsabilmente determinato nella sua folle corsa; 2 novembre 2020). Si trattava dell’ultimo atto, in ordine di tempo, che testimoniava il continuo consolidamento della nuova dittatura in Albania. Il 29 ottobre il Parlamento, totalmente controllato dal primo ministro, approvò di nuovo gli emendamenti costituzionali e del Codice elettorale, dopo che il presidente della Repubblica non gli aveva decretati. E dopo che anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea avevano chiesto al primo ministro di attendere le opinioni della Commissione di Venezia. Emendamenti quelli che potrebbero facilitare al primo ministro la sua corsa verso un terzo mandato. Nel frattempo però, proprio la scorsa settimana, è stata resa nota una proposta di legge, che il governo presenterà in Parlamento nei prossimi giorni. Si tratta di una proposta di legge che riguarda la significativa ed allarmante restrizione dei poteri costituzionali proprio del Presidente della Repubblica, dando quei poteri al Parlamento. Tutto ciò, mentre da più di tre anni ormai in Albania non funziona più [volutamente] anche la Corte Costituzionale. E mentre il primo ministro, in seguito alla “Riforma” del sistema della giustizia, controlla ormai tutto il sistema. Una “Riforma” quella, diabolicamente concepita ed in seguito anche attuata, che adesso permette al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutte le decisioni prese dalle istituzioni “riformate” del sistema di giustizia.

Nel frattempo però il primo ministro sembra determinato di approvare in Parlamento anche la legge “anti-calunnia”, come a lui piace chiamarla. Una legge fortemente contrastata e criticata, sia dalle organizzazioni locali ed internazionali dei giornalisti che dalle istituzioni dell’Unione europea e dalla Commissione di Venezia. La preoccupazione delle istituzioni internazionali per il contenuto di quella legge è talmente alta che addirittura il Consiglio europeo, nel marzo scorso, lo annoverò tra le 15 condizioni sine qua non poste all’Albania da adempiere, prima dell’avvio delle procedure dell’Adesione nell’Unione europea. Ma visto il sopracitato precedente del 29 ottobre scorso però, le aspettative sono tutt’altro che positive. Quello che è accaduto e sta accadendo in Albania in questi ultimi mesi dimostrerebbe e testimonierebbe palesemente che il primo ministro sta ormai ignorando tutto e tutti, compresi anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Lui ha così gettato finalmente anche la maschera del “convinto europeista” e sta proseguendo deciso la sua folle corsa verso un terzo mandato. Perché per lui adesso è indispensabile, è vitale avere un terzo mandato, visto i tanti e innumerevoli scandali milionari. Scandali che sono paurosamente aumentati in questi ultimi mesi, abusando clamorosamente dei soldi pubblici. Il primo ministro però continua indisturbato e incurante di tutto e di tutti. Come il suo “carissimo amico” Erdogan, come il suo simile Lukashenko e come tutti i dittatori del mondo! Se questa non è una dittatura, allora cos’è?!

Chi scrive queste righe ricorda le parole di Erich Honecker, Segretario generale del Politburo del DDR, dimessosi soltanto il 18 ottobre 1989, tre settimane prima dell’abbatimento del Muro di Berlino. Secondo lui “…Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Esattamente trentuno anni fa, il 9 novembre 1989, cominciò l’abbattimento delle dittature dell’Est europeo. Sono state abbattute ormai quasi tutte. Rimane però ancora da abbattere la nuova restaurata dittatura in Albania. Chi scrive queste righe è fermamente convinto che le sorti del Paese, nelle drammatiche condizioni in cui si trova, le dovono decidere i cittadini. E se ci sarà qualcuno, come Ronald Reagan che nel 1987 chiedeva di abbattere il Muro, il quale possa contribuire per abbattere la nuova dittatura in Albania che ben venga! Ma gli albanesi non devono mai dimenticare che “È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.”

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