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La Casa Bianca studia misure contro la Cina per la pandemia di Covid-19

Chissà che anche Donald Trump non abbia ascoltato il grillino Alessandro Di Battista e non voglia offrire alla Cina l’occasione di vincere la terza guerra mondiale. Più probabilmente, però, il presidente americano si conferma l’utile idiota grazie al quale molti possono perseguire i propri interessi lasciando che sia lui a metterci la faccia per tutto quel che accada. Fatto sta che, secondo il Washington Post, giornale che tradizionalmente è ben informato su quanto avviene alla Casa Bianca, l’amministrazione Trump sta valutando misure per punire o chiedere indennizzi finanziari alla Cina per la sua gestione della pandemia di coronavirus.

Non è solo Trump a vedere nella Cina e l’untore iniziale e un Paese da arginare, ma che sia la Casa Bianca a prendere l’iniziativa nei riguardi di Pechino risulta, secondo la testata che dà la notizia, da quattro fonti anonime dell’amministrazione Trump. In privato, riferisce il Post, il presidente americano e alcuni suoi consiglieri hanno discusso di togliere alla Cina la sua “immunità sovrana” per consentire al governo Usa o alle vittime di citare Pechino per danni. Altri dirigenti hanno ipotizzato di cancellare parte dei debiti obbligazionari con la Cina. Non è dato sapere se il presidente abbia appoggiato quest’ultima idea. Due delle fonti del giornale preannunciano un incontro specifico tra dirigenti di varie agenzie governative. Tutte comunque avvertono che si tratta di discussioni preliminari e che finora è stato fatto poco lavoro formale per tradurre queste idee iniziali in realtà. Ma negli ultimi giorni, precisa ancora il giornale, la battaglia tra l’approccio cauto dei consiglieri economici e quello punitivo del team della sicurezza nazionale sembra pendere verso il secondo.

Trump è convinto che il Paese del Dragone “farà qualsiasi cosa possa” per fargli perdere la corsa alla rielezione alla Casa Bianca (Pechino ovviamente respinge l’ipotesi: “Non cerchino di coinvolgerci, l’elezione è un fatto interno”). E il modo in cui la Cina ha gestito l’epidemia di coronavirus, ha detto Trump in un’intervista concessa all’agenzia Reuters, ne è la dimostrazione. Nonostante continui a definire il presidente cinese, Xi Jinping, un “amico”, il presidente Usa dichiara di stare lavorando a varie opzioni per mettere Pechino di fronte alle proprie responsabilità nella diffusione del virus. “Ci sono molte cose che posso fare. Stiamo cercando di capire cosa è successo”, ha risposto Trump a una domanda sul possibile ricorso alle tariffe o alla cancellazione del debito. La Cina, è la tesi di Trump, gli preferirebbe il suo sfidante, il democratico Joe Biden, nella speranza di un alleviamento della pressione sul Paese imposto dalla sua amministrazione.

Al centro delle polemiche c’è il Wuhan Institute of Virology, sospettato di essere il luogo da cui è nato il coronavirus, che negli Usa ha provocato più vittime della guerra in Vietnam. “Ci sono molti laboratori in Cina che stanno continuando a condurre un lavoro, riteniamo, su patogeni contagiosi in Cina oggi”, ha detto il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, “e non sappiamo se stanno operando a un livello di sicurezza tale da prevenire che questo accada di nuovo”. Secondo le ultime informazioni, l’intelligence Usa ritiene che il virus non sia stato creato dall’uomo o geneticamente modificato, ma continua a indagare sulla possibilità di un collegamento con il laboratorio di Wuhan.  Pechino ribadisce invece che l’origine del coronavirus è materia di studio per gli scienziati e respinge l’accusa di averlo originato come un tentativo di “stigmatizzare” la Cina, tesi ribadita nelle scorse ore anche dal vice ministero degli Esteri cinese, Le Yucheng. L’ipotesi di un’inchiesta internazionale sulla pandemia trova Pechino nettamente contraria: sarebbe “politicizzata”, ha detto alla Nbc il funzionario cinese, e basata sulla “presunzione di colpevolezza”. Su questo fronte, la Cina è ai ferri corti con l’Australia, molto attiva nel promuovere un’inchiesta indipendente tra i Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pechino definisce l’Australia il portavoce delle posizioni statunitensi e minaccia ritorsioni sul piano economico, ma il primo ministro Scott Morrison ritiene l’inchiesta “assolutamente ragionevole”. Dubbi sull’iniziativa emersi da Francia e Gran Bretagna rendono, però, complicato formare una coalizione. Intanto, a soffiare sul fuoco è anche il direttore del tabloid Global Times, il più agguerrito giornale cinese sui temi di politica estera, Hu Xijin. L’Australia, ha scritto sul suo account Weibo, il social più popolare in Cina,è come “una gomma da masticare incollata alla suola della Cina. Devi trovare una pietra per liberartene”.

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