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La Ue serra i ranghi sulle sanzioni a Mosca, ma l’Est scalpita

Da quando Mosca ha sparigliato le carte, con la sua offerta di ridisegnare la sicurezza europea, ogni giorno porta una telefonata tra leader e ministri, una visita d’alto profilo, una promessa di summit. La diplomazia lavora senza sosta per evitare un conflitto. Ma nel mentre la realtà sul campo muta e se anche Vladimir Putin dovesse alla fine decidere di non invadere l’Ucraina, l’Europa rischia di scoprirsi comunque diversa da prima. Con conseguenze potenzialmente profonde, specie nel ‘fianco est’. Che ormai è in subbuglio.

L’Unione Europea, in questa fase, serra i ranghi e batte il tasto “sull’unità” degli Stati membri rispetto all’ipotesi di un’azione ostile da parte di Mosca; l’asse con Washington e con gli altri alleati – Canada e Regno Unito in testa – sarebbe poi più che mai saldo. Pur con i distinguo che caratterizzano l’Europa. Ecco dunque che, dopo gli annunci di Usa e Gran Bretagna di essere disposti a colpire con le sanzioni anche il cerchio magico di Putin, il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis, nel corso del suo viaggio a Kiev, ha rivelato come la Commissione stia lavorando, anch’essa, a possibili misure “personali”. Un dettaglio che mancava. Proprio con accanto Dombrovskis il premier ucraino Denys Shmyhal ha chiesto però “una data certa” per il suo ingresso nell’Ue e il commissario, sul punto, ha glissato. E qui inizia il rompicapo.

Kiev infatti è sotto stress, cerca aiuto dove lo trova. Il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, ha rivelato ufficialmente la nascita di una “triplice intesa” con Londra e Varsavia, già ventilata recentemente dall’omologa britannica Liz Truss (che ha dovuto annullare la missione a Kiev di oggi perché positiva al Covid). “Non possiamo aspettare di diventare membri dell’Ue e della Nato per avere prosperità e sicurezza, ne abbiamo bisogno oggi”, ha scritto su Facebook Kuleba. “Perciò procediamo con la strategia delle piccole alleanze”. “L’asse Baltico-Mar Nero” è una di queste. L’Est, però, non è granitico nella sua opposizione alla Russia. Per una Polonia che scatta in avanti, c’è un’Ungheria che frena. Budapest non vuole accogliere le truppe Nato, ora che l’Alleanza ha deciso di rafforzare il fronte orientale – una posizione simile a quella avanzata dalla Croazia 10 giorni fa. Il premier Viktor Orban è nel mentre volato in Russia, dove acquista volentieri gas e vaccini (Sputnik), ed è stato accolto amabilmente dallo zar.

Mossa opportuna, dato il contesto? “Le relazioni amichevoli tra Budapest e Mosca potrebbero essere utilizzate per trasmettere a Putin, in modo credibile, il messaggio di unità dell’Ue e tentare di convincerlo a smorzare la tensione”, sottolinea una fonte europea. D’altra parte, se Macron e Biden possono parlare e incontrare Putin, può farlo anche “un altro leader europeo”. Però la sostanza conta. Se invece Orban al Cremlino andrà solo a trattare di cooperazione bilaterale, magnificando gli orizzonti della “democrazia illiberale”, rinforzerà “l’impressione” che l’Ungheria sia in realtà “un cavallo di Troia del Cremlino in Europa”. E non è un caso se alla vigilia della visita il premier ungherese ha ricevuto una telefonata del capo della Nato, Jens Stoltenberg, con annesso tweet in cui Budapest è stata definita “fedele membro” del patto atlantico.

I pastori, insomma, hanno il loro bel daffare a tener unito il gregge. “C’è un vuoto profondo nell’ordine europeo: gli Stati Uniti si stanno rapidamente allontanando, o addirittura ritirando, e l’Europa deve ancora emergere”, sostiene l’analista Bruno Macaes. “E in questa transizione, in questo vuoto, la Russia gode di una libertà di movimento che non ha mai avuto dal 1500”.

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