L’adesione di altri Paesi all’Unione europea solo per merito
Il mondo ricompenserà più spesso le apparenze del merito, che non il merito vero.
François de La Rochefoucauld
Sabato scorso, 9 maggio, è stata celebrata la Giornata dell’Europa, ufficialmente istituita durante il vertice dei capi di Stato e di governo, svoltosi a Milano il 29 giugno 1985. Era proprio il 9 maggio 1950 quando l’allora ministro degli Esteri della Francia, Robert Schuman rese pubblica quella che ormai è comunemente nota come la Dichiarazione Schuman.
La seconda guerra mondiale era finita ufficialmente proprio il 9 maggio 1945, cioè cinque anni prima. E per impedire un altro devastante e sanguinoso conflitto mondiale i Padri fondatori, con la loro lungimiranza, hanno pensato e deciso di mettere sotto un comune controllo la produzione dei due elementi base per la produzione delle armi; il carbone e l’acciaio. I Paesi che, il 18 aprile 1951, per primi aderirono alla costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio sono stati la Francia, la Germania occidentale, l’Italia, i Paesi Bassi, il Belgio ed il Lussemburgo.
Robert Schuman, il 9 maggio 1950, affermava convinto: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Schuman affermava in più che “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Nella sua Dichiarazione letta il 9 maggio 1950, Robert Schuman affermava che “…Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei”.
La costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) era il primo passo che portò poi alla costituzione della Comunità Economica Europea (CEE) con la firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Il Trattato della costituzione della Comunità Economica Europea entrò in vigore in seguito, il 1° gennaio 1958, con l’obiettivo di creare un mercato comune e un’unione doganale. Alla Comunità Economica Europea aderirono gli stessi Paesi che costituirono anche la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Sono passati ormai molti decenni da allora. Con la firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992, che entrò in vigore il primo novembre 1993, è stata costituita l’attuale Unione europea che sostituì la Comunità Economica Europea.
Attualmente molti sviluppi politici, geopolitici, geostrategici ed economici sono avvenuti sia nel mondo che, in particolare, in Europa. Ma non sempre le decisioni e le reazioni delle strutture e dei massimi rappresentanti dell’Unione europea sono state quelle dovute. Basta fare riferimento solo a quanto stia succedendo dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina il 24 febbraio 2022. Lo conferma anche l’atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea nell’ambito del conflitto nella Striscia di Gaza, iniziato il 7 ottobre 2023. Un conflitto le cui conseguenze sono veramente preoccupanti. Un’altra significativa testimonianza è il comportamento dei massimi rappresentanti dell’Unione, nonché le loro decisioni nei confronti delle irresponsabili e pericolose decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America, da quando lui ha cominciato il suo secondo mandato.
Non bisogna però dimenticare neanche le politiche e le decisioni delle istituzioni dell’Unione europea nell’ambito dell’allargamento dell’Unione stessa ad altri Paesi candidati. Soprattutto alcuni che hanno testimoniato, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, ormai anche a livello intrrnazionale, che non meritano per niente l’adesione all’Unione europea. E tra quelle istituzioni dell’Unione che spesso hanno chiuso occhi, orecchie e cervello di fronte a simili realtà preoccupanti c’è soprattutto la Commissione europea. Le cattive lingue, da anni ormai, parlano di attività lobbistiche milionarie per sostenere il primo ministro albanese.
Si tratta di una realtà, causata dal continuo consolidamento di un regime totalitario, come alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti, molto potenti finanziariamente. Una realtà, quella albanese, che da anni ormai ha causato un continuo e molto preoccupante spopolamento del Paese. Basterebbe solo questo fatto, pubblicamente noto, nonché facilmente verificabile, per rendersi conto di quello che da anni sta succedendo in Albania.
Una realtà quella che però i massimi rappresentanti della Commissione europea non vedono e non riescono a percepire. Chissà perché?! Ma la stessa realtà, da anni ormai, è nota però a molti Paesi membri dell’Unione europea. Ragion per cui, i loro massimi rappresentanti nel Consiglio europeo non solo hanno bloccato il percorso europeo del Paese, ma hanno altresì posto nuove condizioni all’Albania da essere rispettate ed esaudite prima che il Consiglio europeo prendesse le decisioni ed avviasse le necessarie procedure legate al percorso europeo dell’Albania..
Si tratta di condizioni che riguardano il normale funzionamento dello Stato di diritto, la garanzia reale della separazione dei poteri e, soprattutto, la garanzia che il potere esecutivo non possa influenzare le attività del potere giudiziario. In più le condizioni poste all’Albania da alcuni Stati membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo riguardano la galoppante e ben radicata corruzione, partendo dai massimi livelli istituzionali. Ci sono però anche condizioni che riguardano il controllo, da parte del potere politico, del risultato delle elezioni politiche.
Il 5 maggio scorso è stato reso pubblico il rapporto sull’Albania della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo. Ebbene si tratta di un rapporto che, nonostante la stesura in un modo “diplomaticamente corretto”, ha denunciato molti di quegli aspetti, evidenziando le problematiche reali, preoccupanti e spesso anche pericolose, non solo per l’Albania. Sì, perché ormai la criminalità organizzata, ben attiva non solo in Albania, rappresenta una seria preoccupazione per molti altri Paesi membri dell’Unione europea, Italia compresa. Ma il rapporto evidenzia anche il controllo, da parte del potere politico, sul sistema “riformato” della giustizia. Il rapporto evidenzia altresì anche il divieto all’opposizione di beneficiare, a livello parlamentare, dei propri diritti previsti dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dallo stesso Regolamento del Parlamento.
L’8 maggio scorso è stata resa pubblica una lettera del presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo indirizzata alla commissaria europea per l’Allargamento e la politica di vicinato. In quella lettera, tra l’altro, l’autore poneva alla commissaria due domande. La prima era: “Qual è la valutazione della Commissione europea sull’attuale cooperazione tra il governo e l’opposizione parlamentare in Albania?”, mentre la seconda domanda era: “Come può la Commissione europea garantire che l’opposizione albanese sia in grado di esercitare i propri diritti fondamentali e di svolgere la sua funzione di istituzione di controllo?”. E si riferiva a delle funzioni garantite dalla Costituzione, dalle leggi in vigore e dal regolamento del Parlamento.
Ad ora non è stata resa nota nessuna risposta, da parte della commissaria per l’allargamento e le politiche di vicinato, alle sopracitate domande del presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo. Si sa però che lei è una dichiarata sostenitrice del primo ministro albanese. Ci sono state delle dichiarazioni pubbliche da lei fatte, anche durante gli ultimi mesi, che provano e testimoniano questo suo preoccupante supporto, con tutte le sue derivanti conseguenze.
Chi scrive queste righe è convinto che l’adesione dell’Albania all’Unione europea deve essere fatta solo per merito e per nient’altro. Ma, parafrasando François de La Rochefoucauld, bisogna evitare che la Commissione europea possa ricompensare le apparenze del merito e non il merito vero.




