Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa
Più uno Stato è corrotto, più fa leggi.
Publio Cornelio Tacito
La storia ci insegna che da migliaia di anni, gli uomini, vivendo in piccole comunità, hanno, tra l’altro, sentito il bisogno di avere delle regole per stabilire e gestire i loro rapporti. Ovviamente tutto si riferiva allo stato d’evoluzione raggiunto, al tempo, dall’essere umano. Si trattava di regole semplici, mutualmente accettate, che si adattavano alle condizioni sociali delle comunità in cui si viveva. Regole che cercavano di stabilire i diritti e i doveri di ciascun membro della comunità nei rapporti con gli altri. E quando l’evoluzione dell’essere umano lo ha permesso, quelle regole sono state anche scritte e tramandate di generazione in generazione. L’insieme di quelle regole era anche la base delle future legislazioni in diversi Paesi del mondo.
Uno nei più noti storici della Grecia antica, Strabone, vissuto circa ventuno secoli fa, scriveva anche di Zaleuco di Locri, vissuto nel VII secolo a.C. nella Magna Grecia; un’area che si trovava nel sud della penisola italiana. Zaleuco di Locri, secondo Strabone, concepiva e scriveva leggi, basandosi anche sulle diverse esperienze delle altre città della Grecia antica. Secondo Strabone le leggi scritte da Zaleuco di Locri non solo hanno garantito il funzionamento normale del sistema giuridico del tempo, ma hanno rappresentato una buona base legale per il futuro. Ma prima di Strabone, anche Demostene, noto oratore, politico ateniese e convinto sostenitore della democrazia, vissuto circa ventiquattro secoli fa, trattando il contributo di Zaleuco di Locri, si riferiva anche ad una sua legge, secondo la quale “…l’abrogazione o la modifica di una legge poteva essere proposta solo dopo essersi presentati dinnanzi all’assemblea con un laccio al collo che, in caso di rifiuto della proposta, sarebbe diventato strumento di morte per il proponente”.
Molti secoli dopo in Francia, il 26 agosto 1789, l’Assemblea nazionale approvò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Un importante documento, basato anche sulla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776, a cui si continua a fare spesso riferimento. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nel suo sesto articolo sanciva: “La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca…”. Mentre l’articolo 12 della stessa Dichiarazione sanciva: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata”.
Questi principi, nonché altri elaborati e stabiliti da seguenti importanti documenti, compresa la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1946, sono alla base delle costituzioni in molti Paesi del mondo. Anche in Albania. Ma purtroppo, fatti accaduti e che tuttora stanno ancora accadendo alla mano, risulta che il primo ministro albanese, rappresentante istituzionale del potere esecutivo, invece di garantire “il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata [la forza pubblica, nella fattispecie il governo; n.d.a.]”, come sanciva l’articolo 12 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, fa proprio il contrario.
Il nostro lettore è stato informato, durante questi ultimi mesi, che il primo ministro, da “determinato sostenitore” del sistema “riformato” della giustizia, fino a inizio novembre scorso, è diventato un “determinato contestatore”, molto aggressivo e minaccioso nei confronti dello stesso sistema. Un cambiamento da abile voltagabbana, accaduto dopo che un procuratore ha chiesto la sospensione dai suoi due incarichi della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, con l’accusa della violazione della parità nei appalti pubblici. In seguito, il 19 novembre scorso, un giudice del Tribunale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata ha convalidato quella richiesta. Ma nei giorni successivi sono aumentate e appesantite le accuse nei confronti della stretta collaboratrice del primo ministro. Il primo ministro però continua ad attaccare le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, che fino a inizio novembre scorso era il suo “vanto”.
La scorsa settimana il nostro lettore veniva informato della sentenza della Corte Costituzionale, in seguito ad una richiesta presentata il 21 novembre scorso dal primo ministro, con la quale chiedeva l’annullamento della sopracitata sospensione dagli incarichi della sua vice, considerandola come anticostituzionale. Con quella “strana” sentenza della Corte Costituzionale, ritardata per quasi due mesi, veniva rifiutata la richiesta del primo ministro. L’autore di queste righe, riferendosi alle reazioni del diretto interessato, scriveva: “Il primo ministro non può digerire una simile sentenza ed ha dichiarato che, con la sua maggioranza parlamentare, presto approverà in Parlamento una legge per rendere immuni lui stesso e i ministri dalle accuse dei tribunali. Meglio di così!” (Preoccupanti realtà; 9 febbraio 2026).
Il primo ministro, nelle sue accuse contro quella parte del sistema “riformato” della giustizia che ormai non gli ubbidisce, compreso il procuratore ed il giudice che hanno chiesto e poi deciso la sospensione dagli incarichi della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, cerca di ingannare, riferendosi alla Costituzione e al Codice della procedura penale. Lui mente quando pretende che un ministro non può essere giudicato e condannato. Ma l’articolo 135 della Costituzione, con il suo comma 2, sancisce che “I tribunali Speciali giudicano i reati di corruzione e criminalità organizzata, nonché le accuse penali contro il Presidente della Repubblica, il Presidente del Parlamento, il primo Ministro, il membro del Consiglio dei ministri…”. La sua vice è un membro del Consiglio dei ministri, mentre il Tribunale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata è proprio un Tribunale speciale che ha tutti i diritti legali di decidere sul caso. Invece il comma 2 dell’articolo 242 del Codice della procedura penale sancisce che la sospensione dagli incarichi istituzionali “…non si applica solo alle persone elette secondo la legge elettorale”. E tali sono i deputati e gli eletti dell’amministrazione locale, sindaci e consiglieri comunali.
In Albania da alcuni anni si sta consolidando una dittatura sui generis, rappresentata dal primo ministro. Lui ormai, calpestando il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, controlla tutto, usurpando ed abusando dei diritti costituzionali degli altri poteri. Perciò nessuno scandalo abusivo e milionario non poteva attuarsi senza il suo ordine o, almeno, il suo beneplacito. Neanche quelli in cui è stata direttamente coinvolta ed accusata la sua vice. Ragion per cui il primo ministro si sente vulnerabile e non gli rimane altro che prendere delle misure legali per difendere se stesso. Perciò ha deciso di presentare una modifica al sopracitato articolo 242, comma 2, del Codice della procedura penale. Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa. Chissà cosa avrebbe previsto Zaleuco di Locri per un simile caso?!
Chi scrive queste righe è convinto, fatti alla mano, che il primo ministro albanese, coinvolto ormai da anni in molti scandali corruttivi, sta passando giorni molto difficili. E cerca di difendersi con nuove leggi. Aveva ragione Publio Cornelio Tacito, più uno Stato è corrotto, più fa leggi.



