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Pericolose e preoccupanti presenze mafiose

Quanto terribile è il pericolo che giace nascosto!

Publilio Siro

“In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania, perché la mafia albanese è molto forte. In Albania c’è un pauroso livello della [sua] diffusione e della corruzione”. Così dichiarava, nel 2019, ad un media italiano, Nicola Gratteri, il procuratore capo della Dda (Direzione distrettuale antimafia; n.d.a.) di Catanzaro. Un procuratore di lunga, spiccata ed apprezzata carriera professionale nella lotta contro le organizzazioni malavitose in Italia e, in particolare, contro la ‘Ndrangheta calabrese. Lo stesso procuratore ha coordinato e condotto con successo anche l’operazione denominata “Basso profilo”. Un’operazione avviata nel 2016 e finalizzata una decina di giorni fa. Sono state 48 le persone raggiunte da un provvedimento restrittivo; 13 sono finite in carcere e 35 agli arresti domiciliari. In più, l’operazione ha portato anche al sequestro di ingenti valori monetari, oggetti preziosi ed altri beni materiali. Il principale indagato è un imprenditore, Antonio Gallo, accusato di “associazione a delinquere di stampo mafioso e di essere l’imprenditore in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche”. In seguito l’imprenditore, ritenuto il “braccio imprenditoriale delle cosche”, durante gli interrogatori di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il 21 gennaio scorso, durante una conferenza stampa, il procuratore capo Gratteri ha reso noto anche alcuni importanti dettagli di quell’operazione contro la ‘Ndrangheta nella provincia di Crotone. “Quella di oggi è un’indagine che dimostra il rapporto diretto tra ‘Ndrangheta, imprenditoria e politica. Epicentro di tutto è l’imprenditore Antonio Gallo, una persona eclettica che lavorava su più piani, che si muoveva con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, l’imprenditore o il politico” ha dichiarato Gratteri. L’obiettivo dell’imprenditore, secondo il procuratore, era quello di “…creare un monopolio sul territorio, per avere la possibilità di vincere gare truccate per la fornitura di prodotti per la sicurezza sul lavoro o per le pulizie anche a livello nazionale. Ed ecco qui che avviene l’aggancio con la politica”.

Subito dopo la conferenza stampa del procuratore Gratteri, i media in Albania sono riusciti ad avere anche altre informazioni più dettagliate, contenute in centinaia di pagine. Si tratta di trascrizioni delle intercettazioni ambientali e telefoniche degli indagati dal 2016 in poi. In Albania l’impatto è stato immediato e forte, suscitando irritazione e sdegno pubblico e reazione politica e mediatica, soprattutto da parte di quei pochi media non controllati dal governo. E non poteva essere altrimenti. Dalle intercettazioni telefoniche, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”, risultava che il soprannominato imprenditore calabrese, il “braccio imprenditoriale delle cosche”, parlava e si riferiva anche ai suoi altolocati contatti in Albania. Contatti che, grazie alle sue conoscenze ed amicizie con politici in Italia portavano, oltre a degli imprenditori e funzionari pubblici albanesi, anche direttamente al sindaco di Tirana e al primo ministro. L’imprenditore calabrese si è già inserito in Albania da qualche anno ormai, aprendo, in un’area centrale e molto frequentata di Tirana, un negozio di prodotti per la sicurezza sul lavoro. Una delle attività che cita anche il procuratore Gratteri durante la sua sopracitata conferenza stampa. Un negozio che è stato tra gli argomenti discussi in questi giorni in Albania. L’imprenditore era molto interessato a trovare i giusti contatti ed appoggi istituzionali in Albania per avere delle licenze di costruzione, soprattutto a Tirana. Ma era altresì interessato a vincere degli appalti nel campo delle infrastrutture, del trattamento dei rifiuti, della sanità ed altro. Era disposto, lui e/o chi lui rappresentava, di riconoscere e pagare anche le dovute “percentuali” che, nel caso delle costruzioni a Tirana, arrivavano fino al 20%! E, “guarda caso”, tutti gli scandali milionari in Albania durante questi ultimi anni, alcuni dei quali confermati anche dalla Corte dei Conti, riguardano proprio quelle attività. Attività che risulterebbero essere molto “ambite” ed altrettanto “appetitose” anche per la ‘Ndrangheta, come viene confermato dalle intercettazioni telefoniche relative all’operazione “Basso profile”. Come mai e chissà perché?!

Sia dalla conferenza stampa del procuratore Gratteri che dalle affermazioni di questi giorni degli specialisti, italiani ed albanesi, risulterebbe che in Albania la ‘Ndrangheta stia cercando, tra l’altro, di riciclare ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle sue attività malavitose. Una realtà questa, evidenziata e confermata durante questi ultimi anni anche da diverse istituzioni specializzate internazionali. Secondo il rapporto per il 2019 del MONEYVAL (Istituzione del Consiglio d’Europa, specializzata nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco ed il terrorismo; n.d.a.), l’Albania è stata inserita nella “zona grigia”, dove si raggruppano tutti i Paesi con grande rischio per il riciclaggio del denaro sporco. Dagli studi delle istituzioni internazionali specializzate risulterebbe altresì che delle 141 imprese edili che tra il 2017 ed il 2019 hanno avuto delle licenze di costruzioni più alte di sei piani il 59% di queste non avevano le necessarie capacità finanziarie per finire le costruzioni stesse. Ma hanno, comunque, finito di costruire! Il che significherebbe che in Albania realmente si stanno riciclando ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle attività illecite e dalla corruzione.

La pubblicazione del contenuto delle intercettazioni telefoniche ha travolto e scombussolato i massimi rappresentanti della maggioranza governativa in Albania ed ha colto alla sprovvista e del tutto impreparata la propaganda governativa. Ma non è la prima volta durante queste ultime settimane (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021). Per cinque lunghi giorni, dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, il primo ministro albanese non ha detto e neanche ha scritto niente in merito. Ha lasciato quel difficile compito ad alcuni, pochissimi suoi zelanti e fedeli collaboratori e a degli opinionisti a pagamento. Ma siccome l’eco dello scandalo stava seriamente e gravemente aumentando, allora, il 26 gennaio scorso, lui ha deciso finalmente di parlare. E parlando, con area molto turbata, non ha fatto altro che ripetere uno scenario già noto e mettere in scena tutte le volte in cui lui si è trovato in grandi difficoltà. Il primo ministro, come suo solito in queste situazioni, ha negato tutto, ha cercato di minimizzare e ridicolizzare quanto risultava dalle intercettazioni ed ha anche minacciato i giornalisti, gli opinionisti e i media che lui non controlla. Ha offeso tutti loro con parole degne soltanto degli ubriaconi e dei coatti. Il primo ministro ha dichiarato tra l’altro, ma con aria cupa, anche che il negozio di Tirana del “braccio imprenditoriale delle cosche” era ormai un’attività fallita. Mentre, guarda caso, circa un mese fa, il ministero degli Esteri aveva fatto molti acquisti proprio in quel “negozio fallito”!

Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per meglio informare il nostro lettore su questi gravi sviluppi. Perché ci sono tanti significativi dettagli che confermerebbero le attività della criminalità organizzata, sia locale che internazionale, in Albania. Compresa quella della ‘Ndrangheta. Presenze apparentemente di “basso profilo” con dei “negozi”, spesso sull’orlo di “fallimento”, ma che, in realtà, sono stati concepiti proprio per permettere diverse operazioni societarie e trasferimenti bancari offshore, nonché per intervenire, raccomandati, ad avere appalti pubblici e rappresentare grandi interessi occulti e criminali. L’autore di queste righe è convinto che negare tutto e con forza, quando si trova in grandi difficoltà, è la prima propensione del primo ministro albanese. Negare tutto con arroganza e determinazione, usando insulti, offese e minacce, è ormai un misero ed accusatorio “déjà vu”. Il suo modo di reagire, negando tutto, dimostra e testimonia proprio l’opposto contrario di quello che lui cerca di affermare. Nel caso in questione, la sua reazione testimonierebbe la reale, pericolosa e preoccupante presenza delle cosche mafiose in Albania, ‘Ndrangheta compresa. Ma niente di tutto ciò poteva facilmente accadere senza il suo consenso e il suo beneplacito. E se lo ha fatto avrà avuto, senz’altro, anche lui il suo tornaconto. I cittadini albanesi e chi di dovere nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea devono sapere, però, che si tratta sempre di presenze terribili. Anche perché si sta cercando di tenere nascosto il pericolo. Un pericolo non solo per l’Albania e gli albanesi, ma anche per molti altri Paesi europei, Italia compresa. Come ha dichiarato già nel 2019 anche il procuratore capo Nicola Gratteri. E cioè che “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania”.

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