Preoccupanti celebrazioni balcaniche ed altro
È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta.
Niccolò Machiavelli
Era il 27 agosto scorso quando il generale serbo-bosniaco Ratko Maldić è morto all’età di 84 anni nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja,nei Paesi Bassi. Arrestato nel 2011, dopo ben sedici anni di latitanza, è stato condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto in Bosnia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato Ratko Maldić all’ergastolo nel 2017. Una sentenza la quale è stata confermata in via definitiva in appello nel 2021. “Il boia di Srebrenica” ed “il macellaio della Bosnia” sono stati due soprannomi molto significatici a lui attribuiti in quel periodo. Bisogna sottolineare che la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996 ha causato circa 100.000 morti e 2.2 milioni di sfollati.
Tra il 1992 ed il 1996 Ratko Maldić è stato il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska. Nel luglio del 1995, Ratko Mladić pianificò e diresse l’operazione più spietata della guerra nell’ex Jugoslavia. Nonostante Srebrenica fosse una zona protetta dalle forze delle Nazioni Unite, le truppe serbo-bosniache riuscirono ad entrarvi facilmente in pochi giorni. Ma circa due mesi prima, l’11 maggio 1995, il generale cercava di apparire ben diverso, distribuendo delle caramelle ai bambini di Srebrenica e rassicurando i cittadini che non dovevano spaventarsi.
Invece, anche queste messinscene sono state ben programmate e dovevano coprire il vero piano che Ratko Mladić aveva dettagliatamente ideato. Si trattava di un vero e proprio massacro. Sono stati presi e radunati circa 40 mila cittadini bosniaci di Srebrenica, tra donne, bambini ed anziani. Tutti loro sono stati portati nei territori musulmani del Paese. Mentre i cittadini maschi, compresi i ragazzi dai 12 anni in su, sono stati portati in ambienti circostanti chiusi, soprattutto nelle scuole, ferme per le ferie estive. Tutti loro in seguito sono stati fucilati e sepolti in fosse comuni. La lista delle persone scomparse o uccise in quei giorni a Srebrenica, che è stata compilata in seguito dalla Commissione bosniaca delle Persone Scomparse, era composta di 8.372 nomi.
Vent’anni dopo, nel 2015, nei dintorni di un villaggio bosniaco sono state ritrovate 6939 salme in una fossa comune. Ma tanti altri luoghi comuni di sepoltura non figurano negli elenchi ufficiali, perché, dopo il massacro, i corpi sono stati di nuovo estratti e messi in altre fosse. E questo più di una volta, per perdere le traccie. Quando è stato reso pubblico un simile, crudele e barbaro massacro hanno reagito anche le istituzioni internazionali. Era il maggio 2024, quando le Nazioni Unite hanno ufficialmente stabilito che l’11 luglio sia la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.
Il “boia di Srebrenica”, Ratko Mladić, è stato riconosciuto colpevole di “…persecuzione politica e religiosa, sterminio, omicidio di massa, deportazione forzata, stupri e torture contro le popolazioni non serbe”. Ma il “macellaio della Bosnia” sarà ricordato anche per l’assedio di Sarajevo che durò 1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Si tratta di un’assedio che causò circa 11 mila vittime civili innocenti, senza distinzione d’età. Vittime causate dai cecchini e dai bombardamenti dell’artiglieria serba. In quel periodo Ratko Mladić, il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, non si limitò solo ai cittadini bosniaci. In più ordinò anche il sequestro di circa 200 truppe, note come i caschi blu dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quei soldati venivano usati poi come scudi umani contro i bombardamenti messi in atto dalla forze della NATO, pur di porre fine alla guerra.
Da qualche mese fonti mediatiche, riferendosi alle documentazioni ormai rese pubblicamente note, hanno coinvolto anche l’attuale presidente della Serbia, allora un giovane attivista, in quello che è noto come il “turismo dei cecchini” oppure il “Sarajevo Safari”. Si trattava di “imprese” che garantivano a persone facoltose finanziariamente, da vari Paesi europei, di andare nelle periferie di Sarajevo assediata per sparare sui civili inermi. Ovviamente il presidente serbo ha negato tutto, dichiarando: “Non ho mai ucciso né ferito nessuno”. Ma non era accusato di aver sparato. A sparare erano quelli che pagavano. Gli altri erano solo dei sostenitori dei “Sarajevo Safari”.
Subito dopo la morte di Ratko Mladić, la sua salma, avvolta nella bandiera serba e nel vessillo della Republika Srpska, è stata trasportata a Belgrado il 3 settembre scorso con un volo ufficiale, accompagnata dal ministro della giustizia del governo serbo. A questo trasferimento non si era opposto neanche il MICT (Mechanism for International Criminal Tribunals – Meccanismo per i Tribunali Criminali Internazionali, con sede ad Aia, nei Paesi Bassi; n.d.a.). Secondo MICT la salma era stata “riconsegnata alla famiglia all’aeroporto di Rotterdam” prima del rientro in Serbia.
La cerimonia funebre si è svolta il 7 settembre scorso nella chiesa ortodossa di San Luca a Belgrado partendo dalle 7 del mattino. Mentre a mezzogiorno il patriarca della Chiesa ortodossa serba ha officiato la cerimonia religiosa funebre per Ratko Mladić. Durante tutta la cerimonia funebre migliaia di persone erano presenti negli ambienti circostanti la chiesa ma anche nelle strade vicine. Fra le persone presenti in chiesa alla cerimonia erano almeno tre i ministri del governo serbo: il ministro alla Giustizia, il ministro della Cultura e quello dei Trasporti e Infrastrutture. Erano presenti anche diverse personalità importanti della Republika Srpska di Bosnia, fra cui il presidente e l’ex presidente Milorad Dodik, deposto alcuni mesi fa, il sindaco di Banja Luka e vari ministri. Nella cerimonia funebre ha preso parte anche l’ambasciatore russo a Belgrado.
Ovviamente, per delle “ragioni strategiche”, non poteva essere presente il presidente serbo. Lui ha cercato di “rispettare” il processo europeo in cui la Serbia è stata coinvolta da anni. Ma, allo steso tempo però, lui non può ignorare neanche la memoria nazionale che continua a considerare Ratko Mladić un eroe, nonostante sia stato riconosciuto colpevole dei crimini più gravi delle guerre jugoslave, tra cui l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Ma nella cerimonia, al posto dell’assente presidente della Serbia, era presente il suo figlio.
I massimi rappresentanti dell’Unione europea hanno reagito subito contro questa cerimonia. Sì perché alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea dal 1° marzo 2012. Mentre i negoziati per l’adesione sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Il che significa che la Serbia deve rispettare anche il terzo criterio dei Criteri di Copenaghen, cioè quello dell’Acquis communautaire. Un criterio che prevede la capacità di ogni Paese candidato per l’adesione di recepire, applicare e farsi carico di tutti gli obblighi derivanti dalla normativa dell’Unione Europea.
La Presidente della Commissione europea ed il Presidente del Consiglio europeo hanno rilasciato l’8 settembre scorso una dichiarazione congiunta considerando ‘scioccanti’ le scene verificatesi a Belgrado durante i funerali del criminale di guerra Ratko Mladić. “Segnali di sostegno ufficiale, così come la presenza di alcuni alti funzionari serbi ai funerali, sono profondamente sconfortanti. Essi […] contrastano con i valori alla base del percorso della Serbia verso l’Unione Europea”, hanno affermando i due alti rappresentanti nella loro dichiarazione congiunta.
Chi scrive queste righe considera veramente preoccupanti le celebrazioni della cerimonia funebre svoltasi a Belgrado il 7 settembre scorso. E nessuno dovrebbe trascurare l’affermazione di Niccolò Machiavelli: “È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta”.




