Ritorno ai metodi censoriali del regime comunista
La censura, qualunque essa sia, mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio: l’attentato al pensiero è un crimine di lesa-anima.
Gustave Flaubert, da “Lettera a Louise Colet”, 1852
Durante la spietata dittatura comunista in Albania (1945 – 1991 sono stati negati, tra gli altri, molti diritti, compreso quello della libertà d’espressione. La legislazione era concepita a proposito, partendo dalla Costituzione. Il regime aveva ideato ed approvato anche il famigerato articolo del Codice penale denominato “Agitazione e propaganda contro lo Stato”, che era noto comunemente come l’articolo 55.
In base a quell’articolo venivano condannati tutti coloro che potevano dire qualsiasi cosa contro il regime. Lo stesso per qualsiasi iniziativa e/o attività considerate “ostili” e “dannose”. Ma spesso la dittatura comunista condannava anche coloro che non avevano compiuto nessun tentativo di agitazione, o non avevano fatto nessuna propaganda contro il regime. Bastavano le “convinzioni” di chi di dovere, partendo dai massimi livelli della gerarchia del partito-Stato, ma anche dalle invidie e dalle voglie di vendetta per condannare gli “avversari” del partito e dello Stato in base al articolo 55 del Codice penale. E se fosse stato necessario, in mancanza di prove giudiziarie, bastavano anche due (falsi) “testimoni” che, con le loro “testimonianze”, dichiaravano tutto quello che avevano prestabilito gli inquirenti del regime, in seguito agli ordini presi dall’alto.
L’articolo 55 del Codice penale della dittatura comunista in Albania sanciva che “L’agitazione e la propaganda fascista, antidemocratica, religiosa, guerrafondaia, antisocialsta, così come la distribuzione, oppure la conservazione per la distribuzione della letteratura con un contenuto tale [capace] d’indebolire oppure di minare lo Stato della dittatura del proletariato, si condanna con la privazione della libertà da 3 a 10 anni. Le stesse opere, nel caso siano state attuate in tempo di guerra, oppure abbiano causato delle conseguenze estremamente pesanti, si condannano con la privazione della libertà con non meno di 10 anni, o con la morte”.
Alcuni mesi prima delle rivolte degli studenti dell’Università di Tirana, appoggiati dai cittadini della capitale e poi di tutta l’Albania, che portarono finalmente alla caduta del regime, l’articolo 55 del Codice penale è stato modificato, l’8 maggio 1990, come in seguito: “L’agitazione e la propaganda verbale, scritta o in altre forme, per rovesciare l’ordine statale e sociale stabilito dalla Costituzione della Repubblica popolare socialista d’Albania si condanna con la privazione della libertà fino a 10 anni. La propaganda guerrafondaia o fascista si condanna con la privazione della libertà fino a 5 anni”. Ma siccome nel frattempo in tutti gli altri Paesi dell’Europa orientale i regimi comunisti si stavano sgretolando, in Albania cominciarono ad adottarsi metodi meno duri. Ragion per cui anche dall’articolo 55 è stata cancellata la condanna a morte. L’articolo è stato finalmente abrogato dal primo parlamento pluralista albanese, costituito dopo la caduta, nel febbraio 1991, del regime comunista, con l’approvazione della legge 7553 del 30 gennaio 1992.
Bisogna evidenziare che la spietata dittatura in Albania che controllava tutto e tutti, per quarantasei lunghissimi anni si vantava di essere una dittatura del proletariato. Una scelta ideologica, quella, basata sulle teorie elaborate da Karl Marx e Friedric Engels e presentate, nel 1848, su “Il Manifesto del Partito Comunista”. Il nome stesso della dittatura del proletariato è stato coniato da Joseph Weydemeyer, un ufficiale d’artiglieria dell’esercito prussiano, che nel 1845 si dimise e diventò un noto esponente del movimento operaio, prima in Prussia e poi negli Stati Uniti d’America. Nella teoria marxista la dittatura del proletariato rappresenta un sistema transitorio tra il capitalismo ed il comunismo. Un sistema in cui non è più una sola persona, il dittatore, bensì la classe operaia che controlla il buon funzionamento dello Stato. Ma in realtà, la storia ci insegna che gli stessi operai, i proletari, sono stati usati ed ingannati dai loro dirigenti comunisti.
L’articolo 2 della Costituzione albanese del 1976 sanciva che “La Repubblica popolare socialista d’Albania è uno Stato della dittatura del proletariato che esprime e difende gli interessi di tutti i lavoratori”. Ma, fatti storici alla mano, fatti testimoniati dagli stessi lavoratori, i proletari albanesi durante il sanguinoso regime comunista, evidenziano il contrario. Erano i dirigenti del partito, il primo segretario e tutti i membri del Politburo, l’ufficio politico del Comitato centrale del partito comunista albanese, fino ai dirigenti locali del partito, coloro che godevano del potere garantito dalla dittatura del proletariato. Invece i lavoratori, i proletari, spesso soffrivano anche la fame, soprattutto negli anni ’80 del secolo passato, quando il sistema entrò in una fase critica, in una crisi economica, le cui ripercussioni cadevano proprio sulla “classe proletaria”. E proprio in quel periodo buio, per contrastare il malcontento delle masse, il sopracitato articolo 55 del Codice penale è stato tra i più usati dalla dittatura per “cucire” le bocche e censurare la parola.
Purtroppo adesso di nuovo in Albania si sta tentando di ritornare alla nefasta realtà vissuta e sofferta nel periodo della famigerata dittatura comunista. Durante l’ultimo decennio in Albania è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una nuova dittatura sui generis. Lo testimoniano innumerevoli fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, ormai confermati e denunciati anche dalle istituzioni specializzate internazionali. Si tratta di una dittatura, espressione di una pericolosa alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro albanese, la criminalità organizzata e alcuni raggruppamenti occulti internazionali, molto potenti finanziariamente. Il nostro lettore è stato continuamente informato di questa preoccupante e pericolosa realtà. E non sono per l’Albania, ma anche per alcuni altri Paesi, Italia compresa.
Il 25 luglio scorso è stata presentata la bozza del nuovo Codice penale, in presenza del ministro della Giustizia. Tra i tanti emendamenti presentati, alcuni meritano veramente tutta l’attenzione dell’opinione pubblica, delle cancellerie europee e delle istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, visto che l’Albania è un Paese candidato all’adesione. La reazione in Albania è stata immediata, riferendosi soprattutto ad un articolo. Si tratta di una “copia” camuffata del sopracitato articolo 55. La nuova proposta prevede condanne fino a 3 anni per la “profanazione” del Presidente, del Parlamento, del Consiglio dei ministri ecc.. E se la “profanazione” viene attuata durante una festa pubblica o una cerimonia ufficiale, la condanna arriva fino a 4 anni di prigione. Con la “profanazione”, nel senso di questo proposto articolo, si intende “…la ridicolizzazione, il disprezzo, l’infangamento delle istituzioni sopracitate”. Ma tutti sono concordi sul fatto che con questo articolo si cerca di difendere il primo ministro dalle tante, innumerevoli, continue e ben meritate accuse, critiche, ridicolizzazioni e ben altro. E proprio il primo ministro, nonostante la richiesta per il nuovo Codice penale sia stata fatta proprio dal suo governo sei anni fa, adesso cerca di “lavare” le mani, come Ponzio Pilato. I suoi soliti sforzi di ingannare anche in questo caso, sono stati smentiti però dagli stessi autori del nuovo Codice penale, presentato il 25 luglio scorso.
Chi scrive queste righe è convinto che si tratta di un ritorno al passato, ai metodi censoriali del regime comunista, con i quali la dittatura allora faceva di tutto per annientare tutti gli oppositori, gli obiettori di coscienza. Il primo ministro albanese adesso sta facendo lo stesso. Perciò diventa molto attuale l’affermazione di Gustave Flaubert: “La censura qualunque essa sia, mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio: l’attentato al pensiero è un crimine di lesa-anima”. Il primo ministro, diventato un dittatore, ha deciso di censurare qualsiasi cosa a lui non gradita.




