Somiglianze tra due narcostati
I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
Charlie Chaplin, da “Il grande dittatore”, 1940
Dal sabato scorso, 3 gennaio, tutta l’attenzione istituzionale e pubblica, a livello internazionale, è stata concentrata sulla cattura del dittatore venezuelano e di sua moglie. Tutto si è svolto durante un intervento delle forze speciali statunitensi della divisione d’élite Delta Force nelle primissime ore di sabato. Un intervento ben preparato da mesi e portato a termine con successo dagli uomini delle stesse truppe scelte che, il 2 maggio 2011, uccisero nel suo rifugio ad Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il capo della famigerata organizzazione terroristica Al-Qaeda.
Questa operazione militare, denominata “Absolute Resolve” (Risoluzione assoluta; n.d.a.) ha generato anche uno scontro dal punto di vista del diritto internazionale. Ovviamente gli Stati Uniti non riconoscono come legittimo il presidente venezuelano, perché hanno considerato e dichiarato come illegittime le elezioni svoltesi il 28 luglio 2024. Perciò hanno deciso la sua cattura, visto che il mandato legittimo del presidente venezuelano sarebbe scaduto il 10 gennaio 2025.
Le elezioni del 28 luglio 2024 sono state considerate come illegittime anche dall’Unione europea ed altri Paesi, nonché da varie organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione degli Stati Americani. Perciò per la giurisprudenza degli Stati Uniti il cittadino Nicolás Maduro Moros non è il presidente del Venezuela, bensì un semplice cittadino, il quale è stato accusato di narcotraffico e cospirazione criminale e di aver guidato l’organizzazione criminale transnazionale nota come il “Cartello dei Soli”. Per il Segretario di Stato statunitense, riferendosi al caso, “non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è presidente”.
Bisogna però evidenziare, invece, che secondo i canoni del diritto internazionale, un capo di Stato in carica gode un’immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati. Si tratta di un diritto riconosciuto dalla Corte internazionale di Giustizia con sede all’Aia (Olanda) e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo. In più, sia per l’Organizzazione delle Nazioni Unite e sia per la Corte internazionale di Giustizia, l’intervento statunitense sul territorio venezuelano nelle prime ore di sabato scorso, senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, viene considerato come una violazione dell’articolo 2, comma 4 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un articolo che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato membro dell’Organizzazione.
La storia recente ci insegna che ci sono stati due altri casi simili trattati dalla giurisprudenza degli Stati Uniti d’America. Il primo riguarda l’ex presidente di Panama, Manuel Noriega. Nel 1989, non essendo più riconosciuto come presidente di Panama dagli Stati Uniti, è stato arrestato durante l’invasione del Paese dalle forze armate statunitensi, nonostante che prima fosse stato un loro alleato. Il secondo caso riguarda Juan Orlando Hernández, il presidente dell’Honduras, che è stato estradato, nell’aprile 2022, dal suo Paese negli Stati Uniti. Una Corte statunitense lo condannò, nel marzo 2024, a 45 anni di carcere, con l’accusa di aver trasformato lo Stato in una piattaforma logistica del narcotraffico. Chissà perché, il 2 dicembre 2025, il presidente Trump, con un decreto, ha reso però l’ex presidente dell’Honduras di nuovo un uomo libero?!
La cattura del dittatore venezuelano è stata rapportata dai media in tutto il mondo in tempo reale, diventando così la notizia “par excellence” (per eccellenza; n.d.a.). Ovviamente quella notizia non poteva non suscitare subito anche le reazioni istituzionali dei massimi rappresentanti dei diversi Paesi di tutto il mondo. Reazioni che rispecchiavano i rapporti, sia ufficiali che personali, con il dittatore venezuelano, il quale, nel frattempo, veniva trasportato negli Stati Uniti, verso New York, a bordo di una nave militare statunitense.
Ovviamente le reazioni di non pochi Paesi latinoamericani, della Cina, della Russia, dell’Iran, della Corea del Nord e di altri Paesi condannavano l’intervento statunitense di sabato scorso. Il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha considerato l’operazione un “pericoloso precedente”. La Presidente della Commissione europea ha affermato che “Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”. Per la Francia l’intervento era “una violazione del diritto internazionale”. Mentre in una nota del governo italiano si afferma che “il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
L’indomani dell’intervento statunitense, che ha portato alla cattura del dittatore venezuelano, il presidente statunitense ha detto che “…Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate e inizieranno a fare soldi per il Paese”. In più il presidente statunitense, riferendosi al Venezuela, ha dichiarato: “Resteremo e governeremo fino ad una transizione corretta e giusta…Porteremo avanti il Paese fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia….Governeremo il Paese fino ad allora”. L’autore di queste righe auspica però che non si possa ripetere quello che è accaduto in Afghanistan a metà agosto 2021. Egli pensa altresì, che per giudicare la “credibilità” delle dichiarazioni di Trump sul “supporto” del Venezuela, bisogna tener presente che domenica scorsa lui è tornato di nuovo sulle sue mire in Groenlandia. “La Groenlandia ci serve…Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa”.
In Europa però c’è un Paese che da alcuni anni, oltre agli analisti indipendenti locali, secondo noti procuratori e giornalisti investigativi europei e statunitensi, viene considerato, fatti documentati alla mano, un narcostato. Si tratta dell’Albania. Il nostro lettore veniva informato che uno di loro, Nicola Gratteri, ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli, aveva dichiarato che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato; tutt’altro” (Narcostato attivo in Europa; 29 settembre 2025). Mentre per Fox News, il noto canale d’informazione televisiva statunitense con orientamento editoriale conservatore, il primo ministro albanese era diventato un Ramaduro. Si tratta di un neologismo composto dai cognomi dell’attuale primo ministro albanese e dell’ormai catturato dittatore venezuelano. Due persone che si somigliano. Come si somigliano i narcostati da loro gestiti, in connivenza con la criminalità organizzata, trafficanti di cocaina. Ramaduro, come neologismo, è stato coniato pochi anni fa in Albania, riferendosi proprio alla somiglianza dei due dittatori. Due persone che hanno avuto il potere grazie anche ai brogli elettorali.
Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che da sabato il primo ministro albanese non si è visto e né sentito. Forse si ricorda, oltre ad essere il capo di un narcostato, anche degli insulti fatti al presidente statunitense. E perciò potrebbe aver paura. Potrebbe aver paura perché quello che da anni sta facendo potrebbe essere considerato, come si nominava nella sopracitata nota del governo italiano, un “attacco ibrido” contro altri Paesi. America e Italia comprese. Perciò la presidente del Consiglio dei ministri d’Italia dovrebbe essere molto attenta alla sua “amicizia” con un dittatore che da anni rappresenta istituzionalmente un narcostato. Ma nel frattempo gli albanesi si devono ribellare contro la narcodittatura, per non permettere al narcodittatore di renderli schiavi. Bisogna ricordare che per Charlie Chaplin i dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.



