Interviste

PMI: strategie per uscire dalla crisi

Intervista all’economista Francesco Ielo

Dott. Ielo, lei è stato dirigente di banca ed è attualmente direttore generale di una società di consulenza legale ed economica internazionale specializzata nella gestione delle crisi di impresa, in fondi e bandi pubblici e lo sviluppo di mercati esteri oltre che consigliere economico di importanti imprese ed enti e docente presso diverse realtà di formazione. Alla luce della sua lunga esperienza, quali sono attualmente le principali difficoltà delle imprese?

La prima difficoltà è certamente quella di “rimanere in vita”. Solo a Roma, giusto per fare un esempio, la Confcommercio stima che saranno 18.000 le imprese che chiuderanno entro la fine del 2021. Immaginatevi quali possano essere le cifre in tutta l’Italia. Si tratta ovviamente di stime, ma comunque purtroppo prossime al vero perché basate su concreti indicatori economici.

In merito, invece, a tutte quelle imprese che riusciranno a sopravvivere, diversi autorevoli sondaggi su questa crisi riportano che le più citate problematiche che hanno le aziende ed i liberi professionisti riguardano innanzitutto gli attuali molteplici e complessi vincoli normativi (che li costringono ad un regime burocratico asfissiante), una pressione fiscale fra più alte d’Europa (l’osservatorio economico europeo la parametra ad un 64% circa) e la difficoltà a trovare nuovi clienti e mercati.

 Quale sarà, secondo lei, la risposta delle PMI a tutto questo?

Come detto, per alcune la risposta sarà quella di cercare di “chiudere” nel modo più indolore possibile. Per tutte le altre, o di finire nelle mani degli usurai (si stima che oltre 176 mila imprese italiane sono segnalate come insolventi e pertanto non possono accedere ad alcun prestito bancario) o di lanciarsi in rischiosi investimenti fai da te (come le criptovalute o i sedicenti facili investimenti online) o, per i più prudenti, usare l’antico metodo di tagliare le spese e attendere tempi migliori (azione che, generalmente, comporta licenziamenti e/o pericolosi cali nella qualità produttiva e di sicurezza sul lavoro). Per i pochi più coraggiosi, se così possiamo dire, e lungimiranti, la risposta sarà quella di affidarsi a seri consulenti per vagliare con attenzione tutte le possibili soluzioni future per fare una diagnosi economico-finanziaria della situazione. Solo partendo da questo è possibile valutare seriamente il da farsi. In generale mi chiedo quale sarà la ripercussione sul sistema dei servizi offerti al cittadino dallo stato italiano, visto che la “macchina paese”, formata da una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, è stata fino ad oggi alimentata solamente dal 10% di imprenditori che versando i propri contributi hanno provveduto al mantenimento in vita di questo sistema. Un sistema che tuttavia si è rivelato a dir poco perverso, in quanto, ai tagli operati sul sistema sanitario, quello della cultura e dell’istruzione, sono corrisposte ulteriori stringenti normative emanate a discapito della classe imprenditoriale. Di positivo c’è che esistono alcuni strumenti utili da attivare il prima possibile (come fondi, bandi e strategie finanziarie integrate al marketing, etc.) ma troppo spesso non vengono presi in considerazione nonostante possano offrire un grande aiuto per recuperare liquidità e produttività.

Perché avviene questo?

Perché, come detto, il volume degli adempimenti normativi e fiscali e, aggiungo, il volume delle informazioni spesso imprecise o false su internet, è tale che spesso gli imprenditori e i loro stessi consulenti non riescono ad avere il tempo ed il giusto distacco per studiare e intraprendere le giuste strategie.

E cosa può fare un imprenditore per trovare le persone giuste a cui fare affidamento?

Curriculm e passaparola possono ancora aiutare molto. Ovvero, informarsi sul percorso formativo e lavorativo dei consulenti contattati o chiedere ad amici e conoscenti se hanno avuto modo di conoscere una persona che abbia dimostrato nei fatti di essere stato competente e in grado di migliorare la situazione sono strumenti antichi ma tuttora validi. È un percorso che vuole il suo tempo perché è impegnativo esporre la propria situazione a più persone ma, a mio parere, può sempre valerne la pena.

È corretto aggiungere che esiste oggi anche la possibilità di fare consulenze online e con costi più bassi (certamente a breve) ma non credo che possa essere una soluzione percorribile quando il problema delle imprese è oggi radicato, diffuso e sistemico. Per agire correttamente e intelligentemente bisogna saper distinguere bene cosa sia possibile fare da cosa sia più opportuno fare. E per fare questo ci vuole tempo ma, più esperto e capace è il consulente e meno tempo si perderà.

 Come vede il bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Nonostante tutto e nonostante l’attuale difficile situazione, il bicchiere lo vedo sempre mezzo pieno. E questo non perché io sia un inguaribile ottimista o contento della situazione attuale, tutt’altro, ma perché l’aver ricoperto nella mia carriera diversi importanti ruoli di responsabilità in contesti differenti ma complementari fra loro (in Italia e all’Estero) mi ha dato modo di poter cambiare il mio punto di osservazione professionale (e personale) sulla società e sui mercati, aiutandomi, di fatto, a vedere soluzioni che spesso altri non vedono. Certamente la situazione economica attuale è difficile e la crisi è strutturale, globale e non passeggera. Un buon consulente può essere di grande aiuto per le aziende italiane ma, oggettivamente, si tratta sempre di dare un buon colpo alla botte e un buon colpo al cerchio. Per trovare soluzioni di più lunga durata, a mio avviso, occorrerebbe lavorare per dedicarsi seriamente a riforme di sistema ormai urgentissime, prima fra le quali quella tributaria e fiscale.

È di fatto impensabile credere di poter essere competitivi con Paesi appartenenti al nostro stesso continente che applicano una tassazione media del 20% e che agiscono con una metodologia burocratica molto più “snella” della nostra. Tutto ciò negli anni ha portato solamente ad un impoverimento del nostro Paese e ad una perdita di risorse umane ed economiche davvero importante.

Continuare a “svendere” pezzi di storia imprenditoriale italiana, quali banche, compagnie aeree, società energetiche, ci condurrà definitivamente al tracollo ed è impensabile attrarre investitori esteri a queste condizioni.

Mi piacerebbe piuttosto pensare ad un Italia partecipata e non colonizzata; il nostro artigianato, le nostre produzioni alimentari ed enologiche, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra paesaggistica meritano una focalizzazione economica diversa soprattutto in grado di rivolgersi al lungo periodo.

Ma di questo, ne parleremo un’altra volta…

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