Lettera aperta rivolta al Presidente della Regione Emilia-Romagna e ai rappresentanti istituzionali che ho contribuito a eleggere con il mio voto
Giampiero Damiano
Viene da chiedersi se molti di loro siano realmente consapevoli del funzionamento attuale del sistema sanitario regionale o se siano piuttosto assorbiti da altri interessi. Per questo motivo, ritengo necessario richiamare brevemente un principio fondamentale, troppo spesso evocato in modo selettivo: quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione.
La norma stabilisce chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività, garantito dallo Stato: un diritto che i cittadini finanziano quotidianamente attraverso il proprio lavoro e il prelievo fiscale, e che dovrebbe essere assicurato a tutti senza distinzione.
Eppure, la realtà che mi trovo a vivere racconta altro.
Recentemente mi sono rivolto alla pediatra di mio figlio per una visita di routine, in vista dell’inizio della scuola primaria. Tra i vari controlli richiesti, mi è stato prescritto un esame ortottico per la valutazione della motilità oculare. Nulla di straordinario, se non fosse che, al momento della prenotazione presso un CUP della Regione Emilia-Romagna, mi sono sentito rispondere che le liste sono chiuse per un anno e che avrei dovuto ripresentarmi nel marzo 2027.
Una situazione che appare in evidente contrasto con le normative nazionali introdotte proprio per limitare la chiusura delle liste d’attesa.
Purtroppo, non si tratta di un caso isolato. Personalmente, sono già in attesa da oltre 13 mesi per una visita e un intervento precedentemente prenotati: tempi che, più che eccezioni, sembrano ormai diventati la regola.
Anche per una semplice radiografia non va meglio: infatti, anche qui le liste di prenotazione risultano chiuse e, per prenotare, bisognerebbe richiamare tra almeno sei mesi.
Nel tentativo di trovare una soluzione, mi sono rivolto al mio nuovo medico di base, assegnato dopo che il precedente ha cessato la convenzione. Anche qui, un’ulteriore difficoltà: appuntamenti disponibili solo dopo una settimana, salvo casi ritenuti “gravi”.
Ma cosa si intende per “grave”? Una patologia oncologica del sangue, se già trattata, non lo è; nemmeno la necessità urgente di un farmaco essenziale come la levotiroxina — fondamentale per la regolazione della tiroide — viene considerata tale. Il risultato è che un paziente si trova costretto ad attendere, con il rischio concreto di un peggioramento delle proprie condizioni e l’insorgenza di sintomi debilitanti.
Di fronte a tutto questo, è inevitabile porsi delle domande. I rappresentanti istituzionali che abbiamo eletto conoscono davvero queste situazioni? Le loro famiglie si affidano al servizio sanitario pubblico o hanno accesso a canali alternativi?
E ancora: per vedere tutelato un diritto costituzionale, è necessario rivolgersi all’autorità giudiziaria?
Il sistema sanitario pubblico, oggi, appare esso stesso malato. E, mentre emergono inchieste, segnalazioni e casi di mala gestione, resta un interrogativo fondamentale: che fine fanno le risorse, i miliardi di euro provenienti dalle tasse dei cittadini?
In attesa di risposte concrete, continuerò a osservare e informarmi, con la speranza che alle parole seguano finalmente i fatti.




