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La riduzione del numero dei parlamentari: cose dell’altro mondo

Michele Rallo

Riceviamo e proponiamo un articolo dell’on. Michele Rallo pubblicato il 18 ottobre 2019 e ancora attuale in vista del referendum di settembre 

Tutto cominciò nel 2007, quando due giornalisti del “Corriere della Sera” – Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – diedero alle stampe il libro «La casta»: un clamoroso successo editoriale, agevolato da una mastodontica campagna di amplificazione mediatica.

Attenzione a due particolari. Primo: Stella e Rizzo non scrivevano sul “Manifesto” o su una qualche testata antagonista, ma sul Corrierone nazionale, come a dire sull’organo ufficioso del potere politico ed economico del nostro paese. Secondo: il libro parlava di una casta soltanto, quella dei parlamentari, tralasciando accuratamente le decine o, forse, le centinaia di altre “caste” che in Italia hanno vantaggi economici (e non solo economici) pari o superiori a quella dei parlamentari; penso, per fare un solo esempio, ai livelli alti e medio-alti dei quotidiani nazionali.

Bene. Dalla pubblicazione di quel libro derivò il lancio in grande stile del fenomeno dell’anti-politica; e da questo, due anni più tardi, la nascita di un similpartito – il Movimento Cinque Stelle – privo di una qualsiasi identità politico-ideologica e dedito esclusivamente ad acquisire simpatie a buon mercato tuonando contro la classe politica. Una classe politica che l’opinione pubblica più sprovveduta identificava come l’unica responsabile di una crisi economica che aveva abbassato drasticamente i nostri standard di vita.

Cosa – questa – che era vera solamente in parte, perché la crisi (massacro sociale, licenziamenti, riforma delle pensioni, privatizzazioni, immigrazionismo programmato, eccetera) era stata voluta e imposta da poteri extrapolitici, dai cosiddetti “mercati”, cioè dalla finanza internazionale che voleva (e vuole) strangolare i popoli attraverso la globalizzazione economica. La colpa della classe politica era stata quella di obbedire, di non opporsi, di non resistere.

Ragion per cui, era evidente – almeno a mio modesto parere – che per combattere la crisi non occorresse certo l’anti-politica ma, al contrario, più politica. Più politica capace di opporsi ai poteri forti, naturalmente, più politica all’altezza della situazione, brava, energica, sana, preparata. Più politica che, però, poteva nascere solo dal seno dei partiti, non certamente dalla mancanza assoluta di preparazione politica e di capacità operativa, dagli improvvisatori, dai dilettanti allo sbaraglio, dai teorici del vaffa e del “sono tutti ladri”, dal nichilismo eretto a sistema. Ma “più politica” – é la mia personalissima opinione eretica – era esattamente il pericolo che i poteri forti volevano scongiurare.

Comunque, sulle parole d’ordine dell’anti-politica sono state costruite le fortune elettorali di un similpartito che si è gonfiato fino a diventare la prima forza politica nazionale (salvo poi a sgonfiarsi repentinamente). Ma ciò è avvenuto soltanto perché le grandi catene televisive hanno fatto a gara nel rilanciare i postulati grillini sulla “casta” e, soprattutto, perché quasi tutte le forze politiche “normali” hanno accettato di fiancheggiare le esternazioni demagogiche dei pentastellati, rinunciando a spiegare al popolo italiano che la maggior parte delle cose dette da costoro era poco più che aria fritta.

Esempio tipico, quello del taglio dei vitalizi. Uno specchietto-per-le-allodole di poca o nessuna utilità. Il problema reale non era (e non è) quello di tagliare i trattamenti previdenziali di un migliaio di ex parlamentari; ma quello di tagliare centinaia di migliaia di “pensioni d’oro” pari o superiori a quelle dei parlamentari. Nessuno ha avuto il coraggio di dirlo. Con il risultato che i grillini coi vitalizi ci hanno vinto una campagna elettorale; e dopo, quando hanno dovuto “mantenere gli impegni”, hanno partorito un provvedimento a tal punto allucinante da costringerli a varare una delibera aggiuntiva, per evitare che alcuni titolari di “vitalizi d’oro” vedessero addirittura aumentare le proprie spettanze.

Ma, passi per la questione dei vitalizi, che era oggettivamente un argomento troppo spinoso e troppo complesso per essere spiegato ai semplici. E’ comprensibile che i partiti “normali” abbiano preferito fingere di non aver capito che si trattava soltanto di un marchingegno per raccogliere voti. Ma quello che lascia sgomenti, adesso, è l’avallo – colpevole e consapevole – della riforma costituzionale che riduce di un terzo il numero dei parlamentari.

Si tratta – in questo caso – solo e soltanto di una manovra a fini elettorali, e senza neanche la giustificazione del rancore sociale che aveva alimentato altre cosiddette “battaglie” grilline. Servirà ai Cinque Stelle per salvare la faccia, nel momento in cui hanno fatto un governo con chi sino a ieri additavano come il peggio del peggio del peggio. Il tutto, gabellato per un “taglio delle poltrone” che avrebbe fatto registrare enormi risparmi per le finanze dello Stato.

Niente vero. Il taglio dei parlamentari produrrà un risparmio “ufficiale” di 82 milioni l’anno (in realtà di circa 50 milioni, considerato che quasi un terzo della cifra tornerà allo Stato attraverso tasse e trattenute). Gli strateghi della comunicazione grillina si sono presi la libertà di “arrotondare” a 100 quei 50 o 82 milioni. Successivamente hanno moltiplicato gli ipotetici 100 milioni per 5, quanti sono gli anni di una teorica legislatura, ed hanno tirato fuori il risparmio – assolutamente fantasioso – di 500 milioni. Ovvio che, se avessero moltiplicato la stessa cifra per 50 o per 100 anni, avrebbero ottenuto un risparmio piú importante da agitare davanti al naso dei gonzi. Tutto questo, perché una economia di 50 milioni annui nel bilancio di uno Stato é una cifra ridicola, come avrebbero rilevato anche i più ingenui degli elettori del vaffa.

Queste cose – é ovvio – erano perfettamente note ai vertici dei partiti “normali”, che però hanno scelto di ignorarle e di far “passare” la vulgata grillina dei 500 milioni da risparmiare.

Comportamento inspiegabile, quello dei partiti, perché il provvedimento che ne è seguito non gioverà certo alla loro causa. Andrà contro i loro interessi elettorali, specialmente contro quelli dei partiti minori, che rischieranno di essere cancellati da un parlamento che fosse ridotto ai minimi termini.

Né ad essere penalizzati saranno solamente i partiti, ma anche le realtà territoriali. Soprattutto – anche in questo caso – le minori. Non occorre essere dei docenti di statistica applicata per immaginare che i parlamentari “ridotti” dalla riforma saranno soprattutto quelli dei territori periferici. In Sicilia, per esempio, le prossime elezioni politiche saranno probabilmente un affare privato fra Palermo e Catania, con esclusione praticamente delle altre 7 province.

Sarà un altro passo – gigantesco – in direzione del progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione politica e dalla vita democratica. Una direzione cara ai poteri finanziari (i quali sostengono che in Italia e in Europa ci sia “troppa democrazia”), e cara anche a certa anti-politica che guarda ai meccanismi elettorali come a fastidiose sovrastrutture, magari sostituibili con pochi clic su una piattaforma privata o, meglio ancora, con l’estrazione a sorte dei parlamentari (come vorrebbe Grillo per il Senato).

Ora, che il PD regga la candela ai barzellettieri, non mi meraviglia. E’ il prezzo che Zingaretti e compagni devono pagare per mantenere in vita questo governo e per non fare le elezioni.

Mi meraviglia, invece, che la riduzione del numero dei parlamentari abbia ricevuto l’avallo anche di Lega e Fratelli d’Italia. Mi sgomenta che al carro dell’antipolitica si siano aggiogate anche forze politiche responsabili, che peraltro non avevano alcun interesse a consentire ai grillini di “portare a casa” questo risultato.

Per i sovranisti è stata un’occasione perduta. Spero che non abbiano a pentirsene.

(“Social” n. 340 – 18 ottobre 2019)

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