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La vera sfida della fase 2 per la ripresa dell’attività economica

On. Nicola Bono

Come al solito nel polverone sollevato dalle polemiche politiche si stenta a capire l’esito dell’incontro dei Leader Europei del 23 aprile, con la conseguenza di alimentare tra i cittadini l’incertezza e la diffidenza nei confronti dell’Unione Europa, laddove invece è evidente un forte cambiamento di indirizzo politico in termini di assunzione di responsabilità collettiva e solidale.

Cerchiamo quindi di valutare i fatti.

Sono già passati 50 giorni dal blocco di tutte le attività economiche e finalmente dal 4 maggio partirà la fase due della ripresa progressiva delle attività economiche. Si prevede nel DEF una perdita del PIL dell’8%, che è una stima che non tiene conto dei tempi necessari alla ripresa per raggiungere la normalità produttiva e l’assestamento dei mercati. Questo comporta che nessuno ad oggi può ragionevolmente calcolare il danno reale causato al sistema economico dal blocco della pandemia. Quindi questo generale rammarico che si avverte nelle cronache e nei commenti politici per la mancata definizione il 23 aprile del nuovo strumento denominato “Recovery fund”, rinviato a metà maggio, non ha alcuna giustificazione sul piano pratico, anche perché questa incertezza è molto probabile che permanga per alcuni mesi ancora, più o meno il tempo necessario per definire e rendere operativo il nuovo fondo. Ma il rammarico ha un’altra spiegazione, in quanto la generale pressante richiesta degli aiuti non distingue tra la fase 1 dell’emergenza, che è quella attuale e che comporta l’esigenza di assistere gli infetti e fornire provvidenze per garantire dignità e sopravvivenza alle popolazioni, oltre che la liquidità alle attività produttive per assicurarne la capacità di riaprire, e la fase 2 della ripresa economica.

Per la prima fase i provvedimenti fino ad ora attivati, alcuni con qualche difficoltà soprattutto nella tempistica, stanno comunque dando le risposte necessarie. Mentre la seconda fase della ripresa delle attività economiche comporta strumenti  diversi, non solo la quantificazione dei costi effettivi settore per settore, atteso che ci sono comparti dell’economia che non hanno avuto perdite, ma anche e soprattutto le strategie di intervento, dalle quali sarebbe corretto escludere forme di provvidenze a pioggia, che non servono certamente a fare sistema, e non fanno onore a chi li concede, per l’evidente mancanza di criteri di governo ispirati a correttezza, efficacia ed efficienza.

Ma esattamente cosa ha fatto in materia di contrasto al Covid-19 l’Unione Europea fino ad ora?

Prima del 23 aprile aveva già dato con la BCE la disponibilità di circa 3.000 miliardi di euro di cui 1120 miliardi per l’acquisto dei titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro Zona in difficoltà, per contrastare la speculazione sullo spread dei mercati, con una quota per l’Italia di 240 Miliardi di euro, e 1.800 Miliardi di euro per finanziare famiglie e imprese con problemi di liquidità, mentre da parte della Commissione UE è stata disposta la sospensione dei limiti imposti dal Patto di Stabilità, che hanno consentito al governo di emanare il decreto di marzo “Cura Italia” con 25 miliardi di euro e 350 miliardi di liquidità, il decreto liquidità di aprile che ha aumentato la liquidità di altri 400 miliardi di euro per i prestiti con garanzia di stato alle imprese, ed ora il decreto in preparazione di 55 miliardi di euro, che hanno già prodotto alcuni significativi risultati.  Nella riunione del 23 aprile, in aggiunta a tali misure, i leader europei hanno approvato la strategia delle quattro azioni a sostegno della ripresa economica dei Paesi Europei consistenti nel Fondo Sure, e cioè una misura per sostenere le indennità di cassa integrazione destinate ai lavoratori, che per l’Italia vale 17 Miliardi di euro, i finanziamenti ai progetti d’impresa della BEI, che vale per l’Italia circa 30 miliardi di euro e il MES che vale per l’Italia 36 miliardi di euro.

Su quest’ultimo punto fino al 24 aprile alla Camera dei Deputati si sono registrate forti critiche da parte dei gruppi sovranisti, anche con toni tragici e accuse di tradimento, contro una misura che in effetti non presenta alcuna delle problematicità che le vengono contestate. Infatti l’attuale proposta di accesso ai 36 miliardi del MES non riguarda neanche lontanamente l’esperienza della Grecia, e non solo perché è un prestito totalmente privo di condizionalità, a parte il solo obbligo di essere utilizzato per le spese sanitarie.

Nei fatti si tratta di un prestito assolutamente conveniente che comporterebbe la concessione di 36 miliardi da restituire in 5 anni al tasso negativo dello -0,30%, con un guadagno di 100 milioni di euro l’anno, con cui potere effettuare molte delle spese di investimento per migliorare strutturalmente la sanità italiana, che i tagli degli ultimi anni avevano impedito di fare e, quindi, dare maggiore sicurezza alla salute dei cittadini.

Non solo l’Italia non è la Grecia, ma il meccanismo del commissariamento della Troika può scattare solo in presenza della manifesta impossibilità del Paese debitore di restituire le somme ricevute in prestito, quindi di importi tali da rischiare il default. Mai potrebbe accadere una cosa del genere per soli 36 Miliardi di euro, che costituiscono una cifra insignificante perfino per la Grecia. Ecco perché è una balla spaziale il rischio Troika del MES, strumentale per i gruppi sovranisti a cui la risposta dell’UE ha tolto molte argomentazioni, ma più incomprensibile appare la posizione contraria di una consistente parte del M5S, a parte la nota incompetenza e incapacità di leggere e capire la effettiva portata dello strumento oggetto della critica.

L’insieme delle misure concesse dall’UE e già approvate il 23 aprile comporta per l’Italia un aiuto complessivo di circa 83 miliardi di euro, oltre ai 240 miliardi della BCE, ma la vera novità è la quarta misura, consistente nella inedita creazione di un fondo che, per impegno della Presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, dovrà operare nell’ordine di non meno di altri 1.500 miliardi di euro, di cui almeno 200 miliardi di euro per l’Italia e che conterrà misure sia di credito che contributi a fondo perduto.

Uno strumento che è quanto di più vicino possa esistere ad un eurobond, chiamato Recovery Fund.

Una misura con garanzia della Commissione UE, chiesta dai paesi più in difficoltà, che di fatto è stata accolta all’unanimità, compresa la Signora Merkel, che si è limitata ad osservare l’esigenza di una Europa più omogenea quanto a spese e a tasse, sottintendendo l’opportunità di un maggiore rigore sulla spesa.

Ed è questo il punto vero della questione, invece di continuare a manifestare dubbi circa le misure che saranno prese, per le quali c’è stato già un formale consenso unanime di principio, sarebbe certo più produttivo e utile che sin da ora il governo passasse alla definizione delle strategie sia di impiego dei fondi, che di controllo della loro gestione.

Questa è un’occasione unica per l’Italia, perché è in procinto di arrivare una massa enorme di risorse per consentire al nostro sistema economico di guarire dai danni della pandemia, ma anche e soprattutto dai vecchi vizi e disfunzioni che ne hanno minato le capacità di crescita virtuosa, a causa di fattori non più sopportabili. Una battuta in voga negli anni novanta paragonava l’economia italiana ad una Ferrari che correva con il freno a mano tirato. Il freno di una burocrazia pubblica a tutti i livelli istituzionali, il cui unico problema sembra essere quello di non fare funzionare la macchina amministrativa. La priorità è quindi aggiustare la macchina amministrativa con due interventi: la semplificazione massima delle procedure e l’introduzione di controlli efficaci per evitare abusi e illegalità. Una semplificazione da estendere anche allo strategico sistema del credito, tra i più farraginosi del mondo. E ancora l’esigenza di selezionare un pool di manager con capacità e competenze per fornire alla pubblica amministrazione il supporto per una strategia di utilizzo efficace ed integrale delle risorse per potenziare il sistema produttivo nazionale, a partire dal superamento del gap infrastrutturale, tecnologico e digitale del Paese, compresa la necessità di una rete di servizi alle imprese per renderle più attrezzate nella sfida della competitività europea e mondiale. Questi alcuni esempi non esaustivi delle possibili finalizzazioni delle risorse, per far sì che l’Italia non perda l’appuntamento per invertire la tendenza al declino. Solo così l’Italia, dopo trent’anni di stentata crescita del PIL alla media dell’1% l’anno, per le sciagurate politiche clientelari adottate dai vari governi, sarà in grado di fare molto di più, perché finalmente quel freno tirato sarà stato rimosso e la Ferrari potrà tornare in pista per riconquistare tutti i record che le sue oggettive capacità le consentono, in linea con le più forti economie d’Europa e del mondo

*Già Sottosegretario al Ministero per i BB.AA.CC.

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