Politica

L’elezione del Presidente della Repubblica e ciò che serve al Paese

On. Nicola Bono

L’elezione del Presidente della Repubblica, questa volta più che mai, ha dato luogo alla formazione di un caravan serraglio di personaggi improbabili, a partire dai componenti dei super affollati gruppi misti di Camera e Senato, in buona parte peones rimasti senza partito che li possa rieleggere, improbabili “centralinisti” impegnati come i lavoratori dei call center a fare decine di ore di telefonate al giorno per procacciare voti, ex parlamentari tornati per dare consigli non richiesti da nessuno, tuttologi e suggeritori delle più balzane e improbabili strategie.

Ma la cosa più patetica è la individuazione dei possibili candidati, che vengono citati ormai a decine, senza nessun criterio selettivo e che puntualmente finiscono in un tritacarne di questa corsa verso il nulla che ha pochi ma precisi obiettivi, nessuno dei quali riguarda il bene del Paese e dei suoi cittadini.

Gli obiettivi dei partiti, infatti, sono come sempre semplici e prosaici e consistono in primo luogo nell’evitare elezioni anticipate e puntare alla scadenza naturale del 2023, per non perdere il diritto al vitalizio, ed in secondo luogo l’eliminazione di Draghi, ritenuto da loro ineleggibile alla Presidenza delle Repubblica e, solo per finta e depistaggio, destinato a restare Premier, ben sapendo che all’indomani di qualunque elezione diversa dalla sua al Colle verrebbe gentilmente congedato anche da Palazzo Chigi.

In terzo luogo, ma in effetti come principale obiettivo, eliminato Draghi da tutte le postazioni di vertice, ottenere la fine del commissariamento cui sono stati costretti dal febbraio 2021 e, in vista dell’appuntamento elettorale del 2023, realizzare il ritorno all’esercizio delle sciagurate pratiche di gestione del potere, unicamente finalizzate alla conquista del consenso, previo utilizzo delle risorse pubbliche, in passato ricorrendo all’aumento esponenziale del debito dello stato, oggi con il ricorso alle risorse del PNRR, del tutto indifferenti al disastro dei conti pubblici nazionali e mettendo ulteriormente a rischio il futuro, già compromesso, del Paese.

Ma perché questo accanimento contro Draghi? Perché in meno di un anno, con il suo metodo di ascolto di tutti, ma assumendo le decisioni da lui ritenute giuste e necessarie, ha svergognato i partiti dimostrando che anche in Italia è possibile una gestione corretta della cosa pubblica, capace di dare le risposte che servono al bene comune, e che era falsa e strumentale la narrazione di chi per decenni ha fatto strame delle risorse di questo Paese, tassandolo fino all’inverosimile e dando le colpe di una politica truffaldina e incapace a tutti, tranne che ovviamente a se stessa.

Draghi, da questo punto di vista, non solo è il primo Presidente del Consiglio che ha applicato la Costituzione Italiana alla lettera, ma di fatto ha sferrato un attacco di delegittimazione destabilizzante al potere partitocratico da Premier, figuriamoci quale danno ulteriore ed irreversibile potrebbe provocare alla partitocrazia italiana ormai a pezzi, da Presidente della Repubblica e per sette anni di seguito.

Per tali ragioni appaiono patetiche le tesi di quanti fanno un identikit del nuovo presidente rispondente in tutto a Draghi (personalità di alto profilo, super partes, di grande competenza, che goda di apprezzamento internazionale e così via), premettendo che però non potrebbe essere lui, che invece dovrebbe restare a presiedere alla attuazione del PNRR, fino al 2023.

L’ignoranza si sa è una brutta bestia, ed in questo teatrino i sostenitori di questa tesi non si rendono neanche conto di smentirsi da soli.

Infatti è proprio la situazione delicatissima in cui ci troviamo, con l’avvio del PNRR, ma con un lavoro ancora immenso da fare, che ha bisogno vitale per riuscire proprio di Draghi, ma non a Palazzo Chigi, bensì al Quirinale e per tutta la durata dei sette anni del mandato.

Infatti il PNRR è stato di fatto appena avviato e comporta una enorme quantità e qualità di lavoro che finirà solo nel 2026. Fino ad allora ogni errore della sua attuazione potrebbe costituire una trappola mortale per il Paese, ed è per questo che è indispensabile un monitoraggio costante e autorevole che presieda alla sua attuazione corretta in Italia ed abbia altresì una altrettanto prestigiosa capacità di interlocuzione in Europa.

In Italia per il monitoraggio dei tempi di attuazione delle riforme, in quanto il PNRR non riguarda solo i cantieri ed i criteri di spesa, ma soprattutto i tempi di esecuzione e la modifica radicale della governance del Paese, con il superamento dell’ottocentesca inefficiente gestione della burocrazia, della giustizia penale, civile e amministrativa, del fisco, oltre che delle transizioni ecologica e digitale. Ma anche per il futuro, perché il PNRR è il nuovo strumento, inedito, che è nato dalla decisione per la prima volta di creare debito pubblico europeo, in un disegno economico e sociale comune tra tutti i Paesi dell’UE, per uscire dalla spirale di depressione finanziaria ed economica indotta dalla pandemia di Covid-19.

Questa strada va proseguita, per come è già stato chiesto da un documento comune di Italia e Francia e, per realizzarlo, occorrono personaggi autorevoli che se ne facciano carico, ma soprattutto occorre che l’Italia faccia bene la sua parte, nella correttezza ed efficienza che l’impegno unitario dei Paesi dell’UE impone.

Anche perché le trappole sono ovunque e continue. I cantieri, ancora da avviare per il PNRR, prima ancora di partire, sono già sotto la minaccia degli aumenti dei costi dovuti alla esplosione dei prezzi delle materie prime a livello mondiale, che per alcuni prodotti sono aumentati del 100%.

E’ necessario mettere mano subito ad una revisione in aumento degli stanziamenti UE, essendo quelli in corso d’opera chiaramente insufficienti, per le cause impreviste sopravvenute.

Anche su questo ci vuole autorevolezza e capacità di convincere i partner europei che lo sforzo finora effettuato non è più sufficiente.

Insomma una ridda di temi e di argomenti che puntano tutti in un’unica direzione, il Presidente della Repubblica Italiana non è più solo il garante della Costituzione ma, specialmente in questa fase, la carica istituzionalmente più stabile e qualificata a rappresentare gli interessi dell’Italia con i partner Europei e a vigilare sulla più efficace e corretta gestione del processo di riforme e investimenti costituito dal PNRR.

Ed è pacifico che l’unica persona in grado di rivestire questo ruolo sia Mario Draghi. Tutte le altre considerazioni, soprattutto da parte dei partiti, sono egoistiche e deleterie per gli interessi degli italiani, che devono capire che sarebbe anche l’unico modo per cambiare questa classe partitocratica delegittimata e fallita, impedendole di tornare alla gestione del potere come nell’ultimo anno, in attesa che si trovi presto un modo per recuperare la politica dei principi, delle visioni e dei contenuti in contrapposizione a quella degli algoritmi e degli slogan fine a se stessi, per il vero rispetto della sovranità popolare.

Già sottosegretario al Ministero per i Beni e le Attività Culturali

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