Politica

L’indegno spettacolo

A pochi giorni dall’ingresso nel semestre bianco del nostro Paese durante il quale il Presidente della Repubblica non potrà sciogliere le Camere, come norma di tutela contro una possibile ingerenza personale sulla democrazia parlamentare, lo spettacolo offerto dalla politica italiana è già indegno ed indecente.

Da mesi il primo partito di maggioranza relativa vive una crisi interna che evidenzia il risibile spessore  culturale della propria classe dirigente: il riferimento ovviamente va ai 5 Stelle. Una crisi talmente grave ed imbarazzante se si considera come questi personaggi da teatrino delle marionette fino all’avvento dell’attuale Presidente del Consiglio Draghi fossero alla guida del nostro Paese dimostrandosi incapaci come mai prima dal dopoguerra ad oggi.

A questa forza politica allo sfascio si è legato a doppio filo il PD in quale, con una strategia masochista e suicida, si trova ora costretto a svincolarsi da un movimento in cui emerge sovrana la propria nullità democratica, etica e politica. L’unico modo considerato idoneo per ottenere questo obiettivo rimane quello di negare ogni tipo di mediazione, come avviene invece ad ogni latitudine democratica nel mondo, per modificare la legge Zan e così ottenere tanto l’approvazione della legge stessa quanto una ritrovata armonia democratica. La presunzione in questo senso risulta pari solo alla volontà divisiva nel parlamento quanto tra la pubblica opinione ad opera della dirigenza del Partito Democratico in evidente crisi d’identità.

Non paghi degli effetti di tale “strategia” il segretario del Pd cerca sempre più di sottolineare le proprie distanze dal proprio alleato del  governo di coalizione, cioè la Lega.

Quest’ultima, del resto, invece di utilizzare tutte le proprie risorse per raggiungere gli obiettivi del governo in carica firma in Europa una alleanza con Orban in grado di mettere in crisi la stessa tenuta della maggioranza disorientando elettorato ed osservatori e costringendo il ministro dello Sviluppo economico a prendere le distanze da un simile accordo del segretario della Lega. Una scelta la cui unica motivazione risulta  quella di non lasciare campo libero all’unico partito di opposizione: Fratelli d’Italia.

In questo contesto l’intero quadro politico, nessuno escluso, sta confermando, ancora una volta, come l’avvento del governo Draghi sia stato necessario e salvifico non solo per ottenere i fondi del PNRR ma soprattutto per la successiva gestione. I partiti, in altre parole, hanno già dimenticato le gesta dei governi Conte 1 e Conte 2 con i loro fallimenti (1. reddito di cittadinanza, 2. quota 100, 3. monopattini, 4. banchi a rotelle, 5. via della seta, 6. un milione di posti di lavoro persi, 7. Cashback, ora per fortuna azzerato, ma solo per fare qualche esempio).

Proprio queste prove di assoluta inconsistenza hanno determinato la necessità della nascita del  governo Draghi come rimedio alla inadeguatezza governativa sempre supportata da ampie maggioranze parlamentari.

Ora ognuno dei singoli partiti sta cercando, invece, di riottenere una maggiore visibilità da trasformare successivamente in consenso elettorale. Una strategia assolutamente autoreferenziale in quanto la riforma, anzi, l’ennesima riforma della legge elettorale con l’obiettivo di assicurare la vicinanza tra elettori e propri rappresentanti risulta assolutamente fuori da ogni tematica politica. In più  lo spessore culturale del Presidente del Consiglio sta rendendo trasparenti tutti i leader dei partiti della maggioranza sempre più affannati nei loro miseri giochi di bottega.

Contemporaneamente il corpo accademico si lamenta della distribuzione geografica dei consulenti governativi scelti per la gestione dei fondi in quanto tutti “nativi” dell’Italia settentrionale, dimostrando come il manuale Cencelli geografico venga ancora considerato valido e preferibile ad una valutazione del merito e delle competenze.

Con simili classi politiche ed accademiche ed all’interno di un quadro temporale di grandissima e troppo spesso drammatica eccezionalità, dopo un anno e mezzo di crisi senza precedenti,  l’intero quadro politico che compone questa maggioranza sta dimostrando di non aver compreso assolutamente la gravità della situazione e tantomeno individuato i comportamenti istituzionali adeguati da seguire per avviare la ripresa economica del nostro Paese.

Durante gli anni Ottanta il costo della politica veniva considerato come una sovrattassa applicata all’economia produttiva. Dalla metà degli anni 90 ad oggi la ragione della nostra crisi endemica va ricondotta ad  una crescita economica  sempre valutabile in 1/3 della media europea, aggiunta ad  un’esplosione del debito pubblico e della spesa pubblica (+85% dal 2000 ad oggi), e risulta interamente attribuibile a questa classe politica in grado, ancora una volta, di dimostrare  il proprio spessore  partecipando a questo indegno spettacolo.

Il nostro Paese merita di meglio se non altro per il Milione di posti di lavoro persi durante questa crisi  pandemica ormai già  dimenticati.

Questi indegni comportamenti “istituzionali” dei rappresentanti della classe politica italiana dimostrano  come neppure i terribili 16 mesi di pandemia abbiano minimamente modificato la loro sensibilità .

Tutto passa perché nulla passi nelle menti  degli italici politici impermeabili anche alle sofferenze dei cittadini italiani oltre ovviamente ai lutti di più di centoventisettemila (127.000) famiglie. Sedici mesi passati senza lasciare nessun segno nella loro coscienza.

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