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Achtung, binational babies: Perché Hitler influenza ancora oggi l’educazione dei bambini- Parte 2

Proponiamo questa settimana la seconda parte della traduzione (la prima parte qui: https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-perche-hitler-influenza-ancora-oggi-leducazione-dei-bambini-parte-1/) di un interessante inchiesta di Anne Kratzer, pubblicata un paio di anni fa in Germania.

Avevamo ricordato che nel 1934, la dottoressa Johanna Haarer pubblicò la sua guida Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio). Il libro divenne un testo base per l’educazione, utilizzato anche nei corsi di formazione alla maternità durante il periodo nazista. L’autrice raccomandava alle madri di fare in modo che i figli sviluppino il minor attaccamento possibile. Gli studiosi ritengono che questo abbia provocato in quei bambini dei disturbi che sono stati poi trasmessi di generazione in generazione.

Nel libro si legge “Colmare di affetto il bambino, anche ad opera di terze persone, può essere nocivo e alla lunga renderlo effeminato”. E anche “Il bambino va nutrito, lavato e asciugato, ma per il resto va lasciato completamente solo”. Johanna Haarer descrisse in dettaglio ogni aspetto fisico, ignorando però completamente il lato psicologico e mettendo continuamente in guardia nei confronti degli atteggiamenti affettuosi che definiva “scimmieschi”. Alla madre, così come al bambino tedesco, si addice una certa frugalità in queste cose”. Subito dopo la nascita, sosteneva, è bene isolare il bambino per 24 ore, invece di parlargli in uno “stupido e ridicolo linguaggio infantile”. La madre deve parlargli esclusivamente in “tedesco razionale” e se il bambino piange, va lasciato piangere. Questo rafforzerebbe i polmoni e anche il bambino.

I consigli della Haarer si presentavano con apparenza moderna e scientifica, ma erano – questo era in realtà già noto anche all’epoca – sbagliati e persino dannosi. I bambini hanno bisogno del contatto fisico, mentre la Haarer raccomandava di ridurre al minimo tale contatto, persino quando si teneva in braccio il bambino. Consigliava fortemente una postura del tutto innaturale, le madri devono tenere i loro figli in modo da toccarli il meno possibile, e se li guardano, non li guardano mai negli occhi.

Un’educazione del genere era così concepita per ottenere dei soldati insensibili, ma esperienze del genere possono essere anche traumatizzanti. Tra il 2009 e il 2013, la psicologa Ilka Quindeau e i suoi colleghi dell’Università di Scienze Applicate di Francoforte furono incaricati dal Ministero Federale dell’Educazione e della Ricerca di studiare la generazione dei bambini di guerra. Il loro studio doveva in realtà concentrarsi sugli effetti tardivi dei bombardamenti e della fuga. Ma dopo le prime interviste, i ricercatori dovettero cambiare l’impostazione del loro studio: durante le conversazioni emersero così spesso le esperienze familiari che decisero di aggiungere un’ulteriore intervista su questo argomento, intervista che durò per ognuno diverse ore. Alla fine, i ricercatori conclusero: “Queste persone hanno mostrato un modello di lealtà sorprendentemente forte verso i loro genitori. Il fatto che non sia stato evocato nessun tipo di conflitto è un segno di disfunzione della relazione”. Quindeau fece inoltre notare che in nessun’altra parte d’Europa c’era un tale e così ampio interesse per i “bambini della guerra” come in Germania, benché anche negli altri paesi ci fossero state distruzioni e bombardamenti.

Nel 1949 la psicanalista austro-britannica Anna Freud scoprì che i bambini che mostravano un buon legame con i propri genitori percepivano la guerra in modo meno grave rispetto a quelli che non l’avevano. Quindeau, valutando congiuntamente questi studi, ritenne che i racconti dei bambini della guerra su bombardamenti e espulsioni fossero in realtà il racconto del disastro delle loro esperienze familiari. Queste esperienze così dolorose erano diventate indicibili.

Ovviamente gli studi randomizzati che esaminano sperimentalmente l’influenza dei consigli educativi della Haarer non sono fattibili per ragioni etiche. Ma anche le ricerche che non si occupano esplicitamente dell’educazione nel Terzo Reich hanno fornito prove preziose, afferma Grossmann. “Tutti i dati che abbiamo indicano quanto segue: Se si priva un bambino della reattività sensibile nel primo-secondo anno di vita – come sosteneva Johanna Haarer – il bambino svilupperà capacità emozionali e reattive in maniera estremamente limitata”.

Questo studioso dell’attaccamento indica, tra l’altro, un lungo studio pubblicato nel 2014 sulla rivista Pediatrics da un team guidato dalla psichiatra Mary Margaret Gleason della Tulane University di New Orleans, Louisiana. Gleason e i suoi colleghi divisero in due gruppi 136 orfani rumeni, di età compresa tra sei mesi e quattro anni: un gruppo fu cresciuto in istituto, mentre gli altri furono dati a famiglie affidatarie. I bambini della regione, cresciuti con i loro genitori biologici servirono da gruppo di controllo. Furono riscontrati problemi di linguaggio e attaccamento sia nei bambini rimasti in istituto che in quelli dati in affido. Vediamo ad esempio questo esperimento con 89 soggetti: un estraneo entra dalla porta e chiede ai bambini di seguirlo senza dare spiegazioni. Il 3,5% dei bambini del gruppo di controllo lo segue, rispetto al 24,1% dei bambini in affidamento e ben il 44,9% dei bambini in istituto.

“Questi bambini, che non pensano e non provano sentimenti sono ottimi cittadini di una nazione guerriera“, precisa Karl-Heinz Brisch, psichiatra e psicoterapeuta presso l’ospedale pediatrico Dr. von Haunerschen dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco. D’altronde anche nell’antica Sparta i bambini venivano educati con questo obiettivo, afferma. “Il principio di Johanna Haarer è che non vada data attenzione al bambino quando esso la richiede. Ma ogni rifiuto significa anche rigetto”, spiega Grossmann. Un neonato dispone solo di gesti e mimica per comunicare. Se non ottiene nessuna reazione, imparerà che le sue comunicazioni espressive non hanno nessun valore. I neonati provano inoltre una paura mortale quando sentono la fame o la solitudine e quando non vengono tranquillizzati da chi li accudisce. Nel peggiore dei casi tali esperienze possono in seguito provocare un trauma da attaccamento che rende difficile più tardi nella vita a queste persone tessere relazioni con altre persone.

La Haarer, che era una pneumologa e non aveva una formazione né pedagogica né pediatrica, fu comunque convintamente sostenuta dai nazionalsocialisti. I consigli contenuti nel suo libro, La madre tedesca e il suo primo figlio, furono insegnati nei cosiddetti corsi di formazione alla maternità del Reich. Solo nell’aprile 1943, almeno tre milioni di donne vi avevano preso parte.

Terza parte a seguire nel numero della prossima settimana

Fonte: https://www.spektrum.de/news/paedagogik-die-folgen-der-ns-erziehung/1555862

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Dott.ssa Marinella Colombo

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