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Achtung, binational babies: Perché Hitler influenza ancora oggi l’educazione dei bambini-Parte 3

Proponiamo questa settimana la terza ed ultima parte della traduzione di un interessante inchiesta di Anne Kratzer, pubblicata un paio di anni fa in Germania. La prima parte si trova qui: https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-perche-hitler-influenza-ancora-oggi-leducazione-dei-bambini-parte-1/ e la seconda qui: https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-perche-hitler-influenza-ancora-oggi-leducazione-dei-bambini-parte-2/

Avevamo analizzato le ricerche sulle conseguenze dell’educazione tedesca nel periodo nazista (Johanna Haarer Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio), riscontrabili ancora oggi nella cittadinanza di quel paese. Il principio di Johanna Haarer era quello di non dare attenzione al bambino quando esso la richiede. Ma un neonato dispone solo di gesti e mimica per comunicare, pertanto, se non ottiene nessuna reazione, imparerà che le sue comunicazioni espressive non hanno nessun valore. I neonati provano inoltre una paura mortale quando sentono la fame o la solitudine e quando non vengono tranquillizzati da chi li accudisce. Nel peggiore dei casi tali esperienze possono in seguito provocare un trauma da attaccamento che rende difficile più tardi nella vita a queste persone tessere relazioni con gli altri.

Ancora prima di pubblicare la sua “bibbia dell’educazione”, Johanna Haarer aveva già scritto per alcuni giornali sul tema della cura dei bambini e in seguito pubblicò altri libri, tra cui Mutter, erzähl von Adolf Hitler (Madre, racconta di Adolf Hitler), una sorta di favola intrisa di antisemitismo e anticomunismo in forma comprensibile ai bambini, e Unsere kleinen Kinder (I nostri bambini piccoli), un’altra guida per genitori. Dopo il periodo nazista, la donna originaria di Monaco di Baviera, fu internata per un anno e mezzo. Secondo due delle sue figlie, rimase comunque un’entusiasta nazionalsocialista fino alla sua morte sopravvenuta nel 1988. Non solo la sua personale visione educativa sopravvisse al Terzo Reich, ma anche la sua opera principale Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio), che rimase in circolazione ancora per molto tempo. Dalla pubblicazione alla fine della guerra il libro vendette 690.000 copie, promosse dalla propaganda nazista. Ma anche dopo la guerra, in una versione epurata dal gergo nazista più grossolano, ne vendette altrettante. Nel 1987 il totale delle vendite era di 1,2 milioni di copie.

Di generazione in generazione

Questi numeri mostrano quanto fascino avesse ancora nel dopoguerra la visione del mondo secondo la Haarer. Innanzi tutto bisogna chiedersi perché le madri implementarono un approccio così innaturale. “Non erano tutte d’accordo”, sostiene Hartmut Radebold. Lo psichiatra, psicoanalista e scrittore, studiò a fondo la generazione dei bambini di guerra. Egli presume che la guida educativa della Haarer abbia avuto un’influenza in particolare su due gruppi: sui genitori che si identificavano fortemente con il regime nazista, e sulle giovani donne che – spesso a causa della prima guerra mondiale – provenivano da famiglie distrutte e quindi non sapevano cosa e come fosse una buona relazione. Se inoltre si ritrovavano sole, perché i mariti stavano combattendo al fronte, erano anche sopraffatte e insicure, e quindi particolarmente ricettive nei confronti della propaganda educativa della Haarer.

Inoltre anche prima del 1934 un’educazione estremamente rigorosa era già pratica comune in Prussia. Grossmann ritiene che solo una cultura con una certa precedente inclinazione verso queste idee di durezza e di imposizioni avrebbe potuto attuare cose del genere. Questo coinciderebbe anche con i risultati degli studi effettuati negli anni ’70, che indicano, per esempio, che a Bielefeld in quel periodo circa un bambino su due mostrava un comportamento di attaccamento insicuro, mentre a Ratisbona, nella Germania meridionale, che non è mai appartenuta alla sfera di influenza prussiana, nemmeno un bambino su tre.

Per valutare quanto è sicuro il legame tra madre o padre e bambino, Grossmann e altri ricercatori usano spesso lo Stranger Situations Test (experiments on attachment quality) sviluppato dalla psicologa statunitense Mary Ainsworth. In tale esperimento, una madre entra in una stanza con il suo bambino e lo mette a sedere con un giocattolo vicino. Dopo 30 secondi si siede su una sedia e legge una rivista. Dopo non più di due minuti, suona un segnale per ricordare alla madre di incoraggiare il bambino a giocare, in caso non lo stia già facendo. A ulteriori intervalli, da uno a tre minuti, si svolgono poi le seguenti scene: una donna sconosciuta appare nella stanza e tace, poi le due donne parlano tra loro, la sconosciuta si occupa del bambino, la madre mette la sua borsetta sulla sedia e lascia la stanza. Dopo poco la madre torna nella stanza e la sconosciuta se ne va. Poco dopo se ne va anche la madre, lasciando il bambino da solo. Dopo alcuni minuti la sconosciuta torna nella stanza e si occupa del bambino, solo dopo arriva la madre.

Gli studiosi dell’attaccamento hanno osservato attentamente il comportamento del bambino. Se è brevemente irritato e piange nella situazione di separazione, ma si calma velocemente, si considera che abbia un saldo rapporto di attaccamento. Se non si calma – oppure non reagisce per niente alla scomparsa della mamma – si considera che abbia un rapporto di attaccamento insicuro. Grossmann ha fatto il test in diversi contesti culturali. Durante le osservazioni lo studioso ha constatato che in Germania, diversamente da altri paesi occidentali, un numero particolarmente elevato di adulti sarebbe positivamente impressionato dal fatto che i bambini non reagiscano alla scomparsa della mamma o della principale persona di riferimento. I genitori percepiscono tale comportamento come quello di una personalità “indipendente”. 

Come i genitori così i bambini

Tali studi suggeriscono inoltre che i bambini, una volta divenuti adulti e genitori a loro volta, trasmettano inevitabilmente questo tipo di relazione dell’attaccamento alla generazione successiva. In uno degli studi compiuti, Grossmann e colleghi hanno anche osservato lo stile di attaccamento dei genitori dei bambini osservati, con l’aiuto di interviste realizzate quattro o cinque anni dopo aver effettuato lo Stranger Situation Test. Nella loro valutazione, gli studiosi hanno incluso non solo il contenuto delle risposte, ma anche le emozioni degli adulti durante l’intervista. Per esempio, i ricercatori hanno annotato anche tratti dei soggetti come l’abitudine a cambiare spesso argomento, dare solo risposte monosillabiche o generalizzare troppo, lodando i propri genitori senza descrivere situazioni specifiche. Il risultato della pubblicazione del 1988 fu che tra i 65 casi di genitori e figli analizzati, il tipo di relazione di attaccamento dei bambini corrispondeva a quello dei loro genitori con una frequenza dell’80%. Una meta-analisi pubblicata nel 2016 dal gruppo di ricercatori guidati da Marije Verhage dell’Università di Amsterdam, che aveva analizzato i dati di 4.819 persone, confermò l’effetto della trasmissione del tipo di relazione di attaccamento da una generazione all’altra.

In che modo esattamente i genitori trasmettano le esperienze negative della propria infanzia ai figli è ancora oggetto di varie teorie. Tuttavia è ormai riconosciuto che anche i fattori biologici possano avere un ruolo importante. Nel 2007, per esempio, Dahlia Ben-Dat Fisher della Concordia University di Montreal e i suoi colleghi constatarono che la prole di madri che erano state trascurate durante la loro infanzia mostrava al mattino livelli regolarmente più bassi dell’ormone dello stress, il cortisolo. I ricercatori interpretano questo fatto come un segno di elaborazione anormale dello stress.

Nel 2016, un team guidato da Tobias Hecker dell’Università di Zurigo confrontò i bambini della Tanzania che avevano affermato di aver subito molta violenza fisica e psicologica con quelli che avevano riferito solo un piccolo abuso. Nel primo gruppo, constatarono non solo una maggiore incidenza di problemi medici, ma anche una metilazione anomala del gene che codifica la proteina proopiomelanocortina. Questo è il precursore di tutta una serie di ormoni, tra cui l’ormone dello stress adrenocorticotropina, che è prodotto nella ghiandola pituitaria. I modelli di metilazione del DNA alterati possono influenzare l’attività di un gene – e con ogni probabilità essere trasmessi di generazione in generazione. Gli studiosi osservarono questo fenomeno in dettaglio negli esperimenti sugli animali, ma il quadro è meno chiaro rispetto a quanto avvenga negli esseri umani.

A livello comportamentale, si può trasmettere solo ciò che si conosce in termini di esperienza, spiega Grossmann. Per essere sicuri, i genitori possono consapevolmente confrontarsi con la propria esperienza di attaccamento e cercare di crescere i propri figli in modo diverso. “Ma nei momenti di stress, spesso si ricade nei modelli appresi e inconsci”, dice Grossmann. Forse è per questo che Gertrud Haarer, la più giovane delle figlie di Johanna Haarer, non volle mai avere figli. Criticò pubblicamente sua madre e, dopo una grave depressione, scrisse un libro sulla vita di sua mamma e sulle sue idee. La figlia stessa riconosce di essere stata a lungo una persona incapace di avvicinarsi agli altri e inoltre confessa di non avere memoria della sua infanzia. “Evidentemente sono stata talmente traumatizzata da pensare di non essere in grado di crescere dei bambini“, ha spiegato in un’intervista alla Bayerischer Rundfunk.

Fonte: https://www.spektrum.de/news/paedagogik-die-folgen-der-ns-erziehung/1555862

M.C.: Membro della European Press Federation

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Dott.ssa Marinella Colombo

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