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In attesa di Giustizia: allarme giallo

“Attenzione al pericolo giallo. Nei prossimi decenni ci dovremo guardare dall’espansionismo cinese: Invaderanno il mondo con la loro smisurata prolificità, con i loro prodotti a basso prezzo e con le epidemie che coltivano al loro interno”. Così disse Benito Mussolini nel discorso di saluto a Galeazzo Ciano, nominato ambasciatore a Shangai. Era il 1927, trapassato remoto rispetto all’anno primo dell’era del covid-19 che – peraltro – non è l’unico rischio giallo che corre il Paese: dobbiamo fare i conti anche con il pericolo derivante dal governo a trazione Pentastellata. Giallo, appunto, e che nella gestione della crisi sta mostrando il peggio di sé.

Il settore della Giustizia – ne abbiamo trattato la settimana scorsa – è allo sbando più che mai tra provvedimenti tardivi e volti in apparenza a dare regole uniformi sul territorio ma, invero, confusi anche sotto il profilo dell’uso della lingua italiana e portatori di ulteriori incertezze. Basti dire che con l’ultimo di questi si prevede che, decorso un primo periodo (più o meno coincidente con il mese di marzo), la sospensione o la ripresa di talune o tutte attività giudiziarie è lasciata alla determinazione dei singoli capi degli Uffici.

Come dire: in maniera dispari, a macchia di leopardo sul territorio, con tempistiche probabilmente diverse da un Distretto all’altro e magari anche criteri differenti all’interno degli stessi e con la evidente difficoltà per avvocati, testimoni, periti di conoscere se una certa udienza si farà oppure no, programmando i propri impegni perché le situazioni possono mutare un giorno per l’altro senza che ne si abbia contezza tempestivamente.

Gli interventi sono talmente fumosi che, di volta in volta, è necessario ricorrere a circolari esplicative che se un obiettivo raggiungono è quello di confondere ancora di più il quadro.

In tutto questo – e l’argomento, come si vedrà, si collega al tema della Giustizia – il culmine dell’insipienza politica (a tacere della equivocità, ancora una volta, dei contenuti) si è avuto con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui veniva disposta la “chiusura” di mezzo Nord Italia il cui testo – ancora provvisorio – è stato oggetto di una inaccettabile fuga di notizie con immediato scarica barile su altre amministrazioni locali. Il tutto a voler trascurare il dato che anche il testo definitivo, quasi uguale, rassegnava imprecise quanto allarmanti determinazioni per contenere l’espansione del contagio.

La sconsiderata superficialità con cui si è gestita dapprima la doverosa secretazione del provvedimento e successivamente le modalità di comunicazione, unita all’assenza di linee guida per attuarne le previsioni, ha determinato fughe precipitose verso il centro-sud con ogni mezzo di trasporto possibile. Fughe scomposte di possibili portatori del virus, assembramenti oltre l’immaginabile, tra l’altro, sulle carrozze ferroviarie mentre i Governatori di altre Regioni ordinavano la quarantena per i fuggiaschi o invitavano alla calma e ad evitare questi trasferimenti più che inopportuni.

Qualche conseguenza in termini di contagio, purtroppo, vi è da temere che sia stata portata oltre i confini della Lombardia da queste migliaia di persone e tutto ciò ha un nome, in diritto penale: violazione degli articoli 438 e 452 del codice penale: epidemia colposa i cui responsabili – tra i quali la “gola profonda” dei media a Palazzo Chigi – dovrebbero essere individuati, e dovrebbero esserlo a prescindere da una estensione del coronavirus, per essere cacciati dal posto che occupano: sicuramente vicini a un governo così ossessionato dalle manette, purché siano degli altri. Intanto, per l’ansia crescente, nelle carceri scoppia la rivolta e, con tutta probabilità, per questo scempio a tutto tondo non ci sarà mai giustizia, inutile aspettarla.

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