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In attesa di Giustizia: attesa fatale

Poco prima di Pasqua è mancato il Maresciallo Orazio Castro, divorato da una lunga ed inesorabile malattia; chi era Orazio Castro, cui solo qualche testata ha dedicato un ricordo?

Un servitore dello Stato, di lui il Colonnello De Caprio, alias capitano Ultimo ha scritto: “in silenzio muore il Maresciallo Orazio Castro, comandante della stazione dei Carabinieri di Aci Sant’Antonio. Festeggiano le jene sui cadaveri dei leoni uccisi pensando di avere vinto ma le jene rimangono jene e i leoni, leoni. Lui combatte, lui vive”.

Per quasi tre lustri questo militare pluridecorato è stato perseguitato dalla giustizia: un uomo che – ricoprendo anche incarichi di rilievo nella DIA – si è speso per l’intera vita a difendere ideali di giustizia e per contrastare la mafia, proprio lui è stato imputato in un processo per associazione mafiosa,  bersagliato dalle accuse provenienti  da cosiddetti collaboratori di giustizia.

Collaboratori di giustizia che, non di rado, per acquisire maggior credito e meriti agli occhi degli inquirenti non esitano a coinvolgere personaggi di spicco sebbene estranei al lor milieu criminale. Oppure, più semplicemente, regolano conti in sospeso con avversari a quali non possono più opporsi con una raffica di Kalashnikov.

Collaboratori di giustizia da cui le Procure dipendono e di cui tendono a tutelare all’estremo la credibilità: se ritenuti inattendibili riguardo ad un accusato “eccellente”, il rischio è che l’ombra della calunnia  comprometta l’impianto accusatorio di un intera indagine.

E così contro la assoluzione, giunta già in primo grado, di Orazio Castro è stato fatto appello dal P.M. e avverso la sentenza della Corte che confermava quel proscioglimento la Procura Generale ha fatto ricorso per Cassazione incappando in una pronuncia di inammissibilità; che, tradotta,  equivale a dire impugnazione campata per aria.

La giustizia ha trionfato, si dirà: considerazione corretta se non fossero stati necessari tredici anni per arrivare alla parola fine, se non ci si fosse dovuti confrontare con l’ottusa insistenza dei Pubblici Ministeri e della loro rarefatta equidistanza dalle parole di malfattori asseritamente pentiti.

Tredici anni di sofferenze che hanno minato il fisico di un militare che nella vita non ha avuto paura di nulla ma ferito a morte dagli attacchi alla sua moralità, come uomo e Carabiniere.

Ha vinto le sue battaglie, Orazio Castro: anche la prima con un cuore malridotto dalle angosce indotte dalla esperienza giudiziaria, ma una attesa di giustizia infinita ha avuto la meglio su di lui. E una giustizia troppo lenta non è giustizia. Nel dolore e nello sconcerto per come questa vicenda umana e processuale si è sviluppata,  resta una sola consolazione: l’immagine che ricorderemo è quella di un valoroso e di un martire. Di attesa di giustizia si muore;  l’insegnamento è inequivocabile e da Enzo Tortora in avanti gli esempi sono molti, e quasi tutti  sono meno conosciuti.

Come scriveva Checov: l’onore non può essere tolto da nessuno, si può solo perdere. Con  Orazio Castro ci hanno provato, ma il suo onore lo ha conservato pagandone con la vita il prezzo a quello Stato ed a quelle Istituzioni che non ha mai smesso di servire e rispettare anche quando ne è stato abbandonato.

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