In attesa di Giustizia: disinformazione
In questi giorni ha suscitato interesse mediatico una sentenza con cui il Tribunale di Torino ha “assolto” un uomo dalla contestazione di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni in danno della moglie: contro questa decisione i vertici della Procura Sabauda hanno preannunciato appello strepitando tutto il loro sdegno per bocca dell’Aggiunto Cesare Parodi, meglio noto per essere il Presidente dell’A.N.M. che ha auspicato l’omicidio di un paio di magistrati per risollevare le sorti della credibilità dell’Ordine Giudiziario, in caduta libera da anni.
Come vedremo, giornalisti a parte che qualche giustificazione in più ce l’hanno, nemmeno questo P.M. di (presunta) esperienza ci ha capito qualcosa offrendo conferma ad un vecchio detto popolare “studia, studia, altrimenti finirai a fare il pubblico ministero” oppure a quella che parla sempre in mala fede.
Il Tribunale di Torino (tra l’altro con due donne nel Collegio, ma questo nessuno lo dice) ha escluso che in questo caso vi fossero gli elementi costitutivi del reato di maltrattamenti in famiglia che richiedono non tanto un episodico atto di violenza fisica quanto abitualità nell’infliggere sofferenze fisiche e/o psicologiche ad un famigliare: è richiesta, in sostanza quella che si definisce abitualità del comportamento.
I giudici hanno spiegato nella motivazione tutte le ragioni per cui è stata ritenuta inattendibile la vittima “portatrice di macroscopici interessi personali e patrimoniali”, le cui dichiarazioni sono risultate caratterizzate dalla “tendenza a trasfigurare episodi che fanno parte dei consueti rapporti familiari in insopportabili soprusi”.
Contrariamente rispetto a quanto affermato dalla donna si legge nella sentenza – “è palese che non vi furono atti di violenza fisica a parte un episodio del 2022 (per il quale c’è stata la condanna) e che, soltanto in una occasione, nel corso di una discussione, l’imputato – forse – allontanò da sé il viso della moglie spingendolo con una mano: episodio evidentemente irrilevante ai fini del reato abituale di maltrattamenti”.
Conclusione, quest’ultima, che secondo il Tribunale è risultata confermata dalle dichiarazioni di altri testimoni, tra i quali proprio il nuovo compagno della vittima che l’ha smentita in più punti della narrazione ed è un testimone che non può certo esser sospettato di parteggiare per l’imputato.
Una condanna, comunque c’è stata, al di là della disinformazione servita dai media ai cittadini ma per un reato diverso da quello attribuito inizialmente e si chiama tecnicamente “derubricazione del fatto” e non assoluzione: lesioni volontarie conseguenti ad un pugno. Gli indignati in servizio permanente effettivo hanno però (di certo senza leggere e sicuramente senza capire la motivazione della sentenza) aspramente criticato che i Giudici abbiano ritenuto “umanamente comprensibile” la causa scatenante di quel pugno: un gesto volontario e senza cause di giustificazione ma comprensibile avendo appreso che un estraneo trascorreva del tempo in quella che per vent’anni era stata la sua casa coniugale e provava a sostituirsi a lui nel rapporto con i figli uno dei quali – appena dodicenne – aveva dovuto assistere anche ad atti sessuali tra la madre ed il nuovo compagno il che è inaccettabile dal punto di vista educativo.
Queste considerazioni – concludono i giudici – “hanno grande importanza ai fini di una corretta valutazione” perché, ““hanno diretta influenza sulla valutazione della capacita a delinquere, sul riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla quantificazione della pena e sulla concessione della sospensione condizionale” che, in ogni caso è stata subordinata al risarcimento dei danni. Tradotto: paga la persona offesa per quello che le hai cagionato oppure andrai in galera.
Tutto questo non è patriarcato, come suol dirsi, ma è frutto di interpretazione dei fatti, di applicazione della legge e di una motivazione completa sui punti più delicati della decisione: e almeno il Presidente dell’A.N.M. dovrebbe saperlo evitando di aprire bocca – come, ahimè, è sua consuetudine – per straparlare e disinformare.



