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In attesa di Giustizia: gratta che ti passa

Per ora il sistema Giustizia è decisamente in stallo e non mancano le preoccupazioni su come gestire tanto l’emergenza quanto il periodo successivo con l’enorme accumulo di arretrato che si sta generando.

Per fortuna, tra le risorse umane del Paese, c’è Il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ha una soluzione o una spiegazione per tutto a cominciare dalle preoccupazioni per la diffusione della epidemia all’interno degli istituti di pena che, con inarrestabile solerzia, contribuisce a rimpopolare.

Numeri alla mano, Nicola Gratteri offre l’immagine di carceri che costituiscono piuttosto un insuperabile baluardo contro la pandemia, tanto che i detenuti dovrebbero considerarsi dei privilegiati;  intervistato da Lilli Gruber, ha snocciolato le cifre che gli darebbero ragione:  solo ventuno contagiati su 60.000 detenuti e duecento agenti penitenziari su 120.000. Se poi le fonti sono imprecisate, i dati non sono aggiornati, o non lo sono tutti i giorni, mancano proiezioni, pazienza.

L’indice di contagio di  1 a 3 valido per i liberi, in questi termini, non lo è per i detenuti e, quindi, che restino tutti dove sono: lo facciamo per il loro bene. Questa epidemia si risolve in una opportunità da non perdere per chi predica il credo del “buttiamo via la chiave”.

Il sovraffollamento, però, è in ogni caso un problema da risolvere a prescindere dal momento attuale, su questo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ci ha già diffidato, non è disponibile a trattare.

Il Procuratore fa allora notare, questa volta dalle colonne de Il Fatto Quotidiano, che il problema non sono i troppi detenuti ma le poche carceri e il rimedio è lì sotto i nostri occhi miopi:  basta edificare in sei mesi (testuale, sei mesi) quattro carceri da cinquemila posti l’uno (si, ha detto cinquemila: San Vittore, per fare un esempio, ha una capienza regolamentare inferiore a novecento unità).

Un gioco da ragazzi per le ricche casse dello Stato, pronte a fronteggiare anche il reclutamento di migliaia di nuovi agenti della penitenziaria, funzionari civili, personale sanitario da adibire ai nuovi istituti di pena e la snella burocrazia che presiede alla realizzazione di opere pubbliche. Voi credevate che ci volesse un quarto di secolo a struttura? Siete dei disfattisti: se lo dice Gratteri significa che si può fare in sei mesi.

Così come si possono fare molti più processi risolvendo in un amen ogni arretrato rendendo ordinarie le regole che sono state previste per evitare la paralisi totale durante la fase di emergenza sanitaria. Come? Semplicissimo dice Gratteri: trasformando la amministrazione della Giustizia in una attività di smart working.

Basta munirsi di un computer, installare Skype  o qualcosa di simile, e le udienze si possono celebrare tranquillamente stando a casa (o in galera) riducendo i tempi morti e – quindi – aumentando la produttività, le notifiche si potrebbero, a questo punto, fare via Instagram e le copie degli atti e delle sentenze ordinate e consegnate da Glovo.  La rete è satura, il wi-fi funziona male, un terminale si guasta nel bel mezzo di una discussione? Poco male, tanto non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca  – la linea di pensiero, in ultimo, è sempre quella – e il dispositivo di una sentenza, magari, può essere inviato con WhatsApp (letto in piedi, mi raccomando).

Il futuro è arrivato e ci voleva il covid-19 per scoprirlo! Come diceva Confucio, il male è il bene che ancora non si conosce…o, forse, lo diceva Gratteri? La Giustizia è in panne e non arriva mai? Preoccupazione fuori luogo: Gratta che ti passa.

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