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In attesa di Giustizia: il derby

Il C.S.M., nel giro di pochi giorni dall’annullamento delle nomine del Primo Presidente e del Presidente Aggiunto della Cassazione, con tempestività ed efficienza fuori dal comune, ha rinominato in quelle funzioni i medesimi Magistrati che il Consiglio di Stato aveva appena ritenuto non disporre di titoli sufficienti rispetto ad altri candidati. Si è così salvata l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario che compete giustappunto al Primo Presidente della Corte (che ha ri-giurato nel ri-prendere le funzioni proprio pochi minuti prima della cerimonia)…la faccia è un’altra cosa.

Detto questo per dare un seguito (forse non un happy end) all’articolo della settimana precedente, un approccio bipartisan ai temi della Giustizia non può evitarsi parlando di avvocati che, diversamente dai Magistrati – perennemente insufficienti dal punto di vista della copertura dei posti – in Italia, sono in deciso sovrannumero rispetto alle “esigenze di mercato”: basti dire che sono circa il quintuplo di quelli che esercitano in Francia che ha una popolazione più o meno analoga alla nostra. Solo a Milano sono circa 24.000 a fronte di circa 1.300.000 abitanti censiti: a Monza, Lodi, Pavia, Busto Arsizio, Como – per citare le città più vicine – ci sono altri Tribunali ed altri Ordini Forensi con migliaia di iscritti.

Discende la constatazione che quella dell’avvocato sia una professione “immergente”: tanto è vero che sono aumentate le cancellazioni dagli Albi, diminuite le iscrizioni a Giurisprudenza e alla pratica forense dei neolaureati e non pochi hanno approfittato della possibilità di partecipare al concorso per funzionario di cancelleria o altri possibili. Ovvio che il biennio di pandemia, per evidenti  ragioni, non abbia fatto altro che aggravare la preesistente crisi di settore.

Crisi non solo economica ma anche culturale e – in non pochi casi – morale. La mancanza di lavoro, infatti, ha portato a sacrificare la preparazione, lo studio, la specializzazione in favore dell’accaparramento indiscriminato di clientela e di casi per cui non si ha alcuna competenza effettiva: le violazioni del codice deontologico sono divenute tristemente all’ordine del giorno.

In un simile contesto spicca (ma, a parere di chi scrive, certamente non brilla) l’iniziativa di due giovani avvocatesse di Torino – iscritte all’Albo solo da pochi anni – che hanno dato vita ad una pagina Instagram dal nome – francamente poco professionale – dc_legalshow dove “dc” sono le iniziale dei loro cognomi.

Chi avesse la curiosità – interesse sembra una parola grossa – di andare a vedere, scoprirà che i contenuti si allineano perfettamente alla denominazione della pagina sebbene tradisca l’intenzione dichiarata di pubblicare contenuti di natura giuridica: infatti niente giurisprudenza, legislazione o dottrina che cedono il passo a immagini esclusivamente glamour del duo impegnato non tanto in asperrime battaglie legali quanto in aperitivi, cene in ristoranti stellati, visite alle terme, autentiche sfilate in abiti ed accessori griffatissimi che di show hanno molto e di legal molto poco.

L’Ordine degli Avvocati di Torino si è subito mobilitato discutendo se si sia in presenza di comportamenti contrari al dovere di dignità e decoro imposti dall’etica professionale e la cui violazione determina sanzioni disciplinari; forse sì, forse no ma un’unica certezza si può ricavare da questo tentativo di emulazione dei Ferragnez: il buon gusto è un perfetto sconosciuto. Trascurando l’evidenza secondo cui le due giovanotte sembrano trascorrere più tempo nelle SPA che in studio, il momento di grande crisi imporrebbe probabilmente un rigoroso understanding nel rispetto di quelle decine di migliaia di colleghi, più o meno giovani, che faticano a pagare le bollette. Opinione personale è che non ne esca una gran bella figura della classe forense: forse siamo in presenza di un derby con la magistratura.

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