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In attesa di Giustizia: il regno delle tre Sicilie

La settimana si è conclusa con la attesa sentenza del G.U.P. di Catania di non luogo a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso della motonave Gregoretti: decisione impeccabile, giunta in esito ad una serie di arricchimenti istruttori che non solo hanno consentito di  meglio motivare l’accoglimento della richiesta di proscioglimento che già era stata formulata dalla Procura ma hanno ridato dignità all’udienza preliminare la quale, nella gran parte dei casi, risulta un mero momento di acritico passaggio di carte da un ufficio all’altro.

Per una vicenda del tutto analoga l’Autorità Giudiziaria di Palermo aveva, invece, misteriosamente disposto il rinvio a giudizio dell’ex Ministro dell’Interno: e chi auspica la certezza del diritto è servito, soprattutto se si presta attenzione al terzo procedimento “siciliano” sugli sbarchi negati ai migranti in cui era stato indagato, quello relativo al pattugliatore “Diciotti” della Guardia Costiera.

Qui si ritrova un colpevole che sembra averla fatta franca  – come direbbe Davigo, nel frattempo  impegnato a far crollare nei sondaggi la credibilità della magistratura – ed è il Procuratore di Agrigento. Per quel caso era stata negata l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini (correttamente e sebbene in Parlamento simili determinazioni siano soggette alla variabilità legata alle alleanze del momento) a carico del quale il Dottor Patronaggio aveva ipotizzato la commissione del reato di sequestro di persona  recandosi egli stesso a bordo della “Diciotti” per un sopralluogo terminato il quale senza far nulla tornò serenamente in Procura.

Sappiano i lettori che, per il nostro codice penale, chi – come un Pubblico Ministero, un Carabiniere o un Poliziotto – ha il dovere di impedire la commissione di un crimine qualora non intervenga ne diventa complice. Ebbene, se Patronaggio riteneva che i migranti fossero stati sequestrati  invece che farsi due passi a bordo avrebbe dovuto sguainare la spada della giustizia e liberare i prigionieri. Allora delle due l’una: o quello non era un reato e il Procuratore non aveva motivo né di intervenire né di indagare il Ministro, oppure ne è stato correo e – forse – avrebbe dovuto arrestarsi da solo. Giustizia delle Tre Sicilie.

Nel frattempo la Patria del Diritto affonda per altre ragioni anche a nord di Scilla e Cariddi, vittima dei postumi della devastante gestione del noto disc jockey Fofò Bonafede: a breve si sarebbero dovuti tenere gli esami per l’abilitazione alla professione di avvocato la cui organizzazione, con metodiche diverse rispetto al passato per fronteggiare l’emergenza pandemica, era stata frutto dello sforzo immaginativo dei tecnici arruolati dal Guardasigilli ridens (forse gli stessi che hanno realizzato il claudicante portale dei Tribunali e delle Procure).

Ecco allora allestito un altro prodigioso sito informatico attraverso il quale i circa 26.000 candidati avrebbero dovuto gestire la propria partecipazione alle prove d’esame ma, prescindere da altre carenze organizzative relative alle convocazioni dei praticanti avvocati, ecco che il portale appena avviato è caduto vittima di un data breach: in sostanza, gli utenti – pur accedendo con le proprie credenziali – hanno visualizzato i profili di altri candidati e nella loro interezza tutti i rispettivi dati sensibili.

Ovviamente non è stato possibile utilizzare nessuna delle funzioni del portale attesa la confusione creatasi tra migliaia di candidati molti dei quali, a causa di scomposti smanettamenti da parte di altri si ritrovano ora  rinunzianti a sostenere le prove d’esame che, peraltro, è altamente improbabile che abbiano inizio alla data prevista del 20 maggio.

Di questo sfascio e della responsabilità del Ministero sulla protezione dei dati si occuperà innanzitutto il Garante della Privacy e già si prevede una serie infinita di reclami, ricorsi e richieste di risarcimento.

Giustizia e tecnologia del terzo millennio che fanno rimpiangere le grandi opere dei Borboni come, ad esempio, il Codice per lo Regno delle Due Sicilie promulgato da Ferdinando I che pose il Regno stesso al primo posto anche dal punto di vista giudiziario, quel Regno che vide realizzati sia la prima linea ferroviaria “italiana” che il primo telegrafo, per non parlare dell’osservatorio astronomico di Napoli e delle menti illuminate cui diede i natali, da Vico a Filangieri a Pagano.

Il XXI Secolo sarà – viceversa – ricordato per le immortali opere di Toninelli, le riforme di Bonafede, il pensiero giuridico di Davigo plaudite dalla piattaforma Russeau e, parafrasando Brecht, viene da dire: sfortunata la terra che ha bisogno di simili eroi.

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