In attesa di Giustizia: in morte della cultura della giurisdizione
Il referendum è andato come è andato ed – approfittando della scomparsa di Bruno Contrada di poco precedente – c’è da scommetterci, i professionisti dell’antimafia avranno una occasione in più per esibirsi nei numeri più applauditi del loro repertorio: ci sarà chi dirà che la condanna di Contrada è stata poi revocata e, quindi la giustizia ha trionfato, e chi opinerà che i pubblici ministeri avevano comunque ragione e – quindi – ha perso, non mancheranno i cavillatori da bar Sport che si esibiranno in spericolate interpretazioni di norme e formule giuridiche studiate su Chat GPT, e gli scenaristi ben informati (non si sa da chi) secondo i quali Caponnetto avrebbe detto che Falcone gli aveva sussurrato che Borsellino, con uno sguardo, gli aveva lasciato intuire che Contrada era un farabutto, infine qualche pavido vignettista abbozzerà un disegnino ricco di ombre che sottintendono risvolti e misteri inconfessabili, mai del tutto chiariti. Dèjà vu.
Invece, proprio durante una campagna referendaria per il SI fallimentare e non priva di contorni volgari – senza mai neppure tentare correzioni in corsa – sarebbe, probabilmente stato utile riprendere un brano dal libro di Lino Jannuzzi sul caso Contrada, “Lo sbirro e lo Stato”, ma la memoria è breve ed è impresa ardua tornare a letture risalenti a quasi vent’anni fa.
Il caso del ‘pentito’ Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai P.M. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla.
Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolse Contrada, domandò perché i verbali di quei due interrogatori siano stati nascosti e non portati al processo…senza approfondire più di tanto chi e come abbia fatto tornare la memoria al collaboratore di giustizia.
La risposta fu che i verbali non erano stati depositati perché irrilevanti in quanto non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada (con buona pace delle fanfaluche di Marco Travaglio sulla funzione di primo difensore da riconoscere al P.M.), per esigenze di segreto investigativo relativo ad altre indagini in corso e amenità simili. Il C.S.M. adottò la severissima sanzione della censura per violazione dei doveri di imparzialità e correttezza mentre si faceva marcire un uomo in carcere. Piuttosto che niente e ciò dimostra che quello di De Pasquale non è un caso isolato.
La riforma del C.S.M. e del sistema disciplinare è abortita con il referendum, Contrada è morto e la decantata cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata.



