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In attesa di Giustizia: indietro tutta

E’ possibile che i lettori di questa rubrica, questa settimana, si aspettassero una nota a commento della liberazione di Silvia Romano: nient’affatto. E’ una vicenda nella quale l’unico interesse che varrebbe la pena approfondire è quello se vi sia stato o meno il pagamento di un riscatto per poi distillarne un giudizio sull’azione politica di governo e la correttezza della informazione (in questo come in simili casi) non certo per polemizzare sulla sottrazione ad altri capitoli di bilancio di risorse destinabili a più nobili scopi, trattandosi – eventualmente – di fondi riservati dei Servizi.

La risposta al quesito è – comunque – molto semplice: basta dare un’occhiata ad una qualsiasi immagine di gruppo che immortala i militanti di Al-Shabaab e ci si rende subito conto che è fuori da ogni logica ipotizzare una liberazione che non sia stata preceduta da una battaglia campale ed è altrettanto opinabile che sia avvenuta in esito ad un amabile confronto  tra negoziatori. Tutto il resto, conversione, legami con i sequestratori, motivazioni per il volontariato in Africa non sono fatti nostri ma questioni private di Silvia Romano sulle quali non vale la pena addentrarsi rischiando, oltretutto, di sconfinare nel gossip: e questo su Il Patto Sociale non avviene.

Magari due righe si potevano dedicare alla mozione di sfiducia al Ministro della Giustizia che andrà in Aula questa settimana ma potrà essere più utile trattarne dopo e non prima del voto. Viceversa del Guardasigilli, che chi scrive non vorrebbe nemmeno come amministratore di condominio, può essere valutata l’azione di governo nel periodo di emergenza sanitaria.

La prima conclusione che può trarsi dal blocco pressoché totale dell’attività giudiziaria su tutto il territorio è che la Giustizia non è stata considerata un servizio essenziale; che ciò dipenda da mancanza di volontà, di risorse o da entrambe – come è più probabile – non è certamente una giustificazione ma neppure una spiegazione accettabile: meno che mai ora che, ad una settimana dall’avvio della cosiddetta Fase 2 la situazione nei tribunali è sostanzialmente immutata ed i tribunali sono nel caos. Basti dire che circa il 90% dei processi penali è stato rinviato, in molti casi già al 2021.

Il 12 maggio resterà, dunque, come una data del tutto teorica di fine lockdown per la Giustizia rivelandosi, piuttosto, come il capodanno da non festeggiare di una Caporetto prossima ventura frutto di ulteriore crescita dell’arretrato e della mancanza di adeguati strumenti deflattivi.

Le 131 Camere Penali territoriali hanno avviato un monitoraggio nelle rispettive Sedi (il Ministero dov’è? Non competeva, forse, ad uno dei suoi dipartimenti occuparsene?) posto che, dalle prime battute, si registra una tendenza a non ripartire, almeno con gradualità, in larga misura ingiustificata.

Uno dei problemi principali cui si lega la criticità attuale sembra doversi rinvenire nella mancanza di linee di indirizzo omogenee, avendo il Governo scaricato sui Capi dei singoli Uffici l’elaborazione dei programmi organizzativi di ripresa. Capi degli Uffici che, sovente, nemmeno si parlano tra di loro – anche a livello locale – cosicché laddove ve ne sia più di uno, come a Milano (Corte d’Appello, Procura Generale, Tribunale di Sorveglianza, Tribunale Ordinario, Procura della Repubblica, Tribunale dei Minorenni, Procura della Repubblica per i Minorenni, T.A.R. e – perché no – Giudice di Pace) la babilonia è assicurata.

Ne derivano, di conseguenza, problemi concreti  per comprendere il da farsi e come organizzarsi gli impegni anche all’interno di una stessa realtà. A tacere del fatto che se – poniamo, per esempio – un avvocato di Varese ha (teoricamente) prevista un’udienza a Busto Arsizio non è scontato che gli siano noti i protocolli  attuali ed attuati in un circondario di Tribunale confinante con il suo. Quindi non sa se la sua udienza si farà oppure no; ancora meno probabile è che qualcuno gli risponda al telefono per fornire indicazioni, le mail con il preavviso di rinvio arrivano, se arrivano, il più delle volte è a ridosso dell’incombente. L’ingresso nei palazzi di giustizia, peraltro, è precluso se non si dimostra l’assoluta necessità ed urgenza: ma come si fa a dimostrare che non si è stati avvisati o aggiornati su qualcosa? Allora bisogna affidarsi al consiglio e le indicazioni di qualche collega del posto oppure confidare che su qualche sito internet si trovino informazioni ed augurarsi che siano attendibili. Figurarsi come può regolare la propria agenda un testimone o un perito…

Ovviamente nessuno sa nulla circa la dotazione di mascherine, guanti, sanificazione degli ambienti e lo smart working non è di fatto attuabile perché ai cancellieri è vietato accedere alla rete intranet da casa.

E abbiamo trattato solo del settore penale: nel civile, con alcuni milioni di cause pendenti, le cose non vanno assolutamente meglio. Forse una schiarita si avrà in seguito alla convocazione, seguente ad uno stimolo della Unione delle Camere Penali, dei Presidenti dei Distretti di Corte d’Appello al CSM. Dal Ministero, invece, nessuna reazione.

Così è se vi pare, questo è il meraviglioso mondo di un servizio considerato, evidentemente, di essenzialità inferiore a quella della rivendita di fiori recisi, con tutto il rispetto per i fiorai, e quando si parla di attesa di Giustizia la parola d’ordine sembra essere sempre la stessa: macchine indietro tutta!

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