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In attesa di Giustizia: Italia violenta

Ormai da settimane si discute del cosiddetto disegno di legge Zan, un progetto di modifica normativa che prende il nome dal suo primo firmatario, deputato del Partito Democratico; già approvata alla Camera, traccheggia in Senato in attesa di calendarizzazione, l’iniziativa introduce un presidio di natura penale a contrasto di comportamenti discriminatori nei confronti di omosessuali, donne e disabili.

Il disegno di legge prevede – va detto – una clausola di salvaguardia che esclude la rimproverabilità della libera espressione di convincimenti ed opinioni: cioè a dire, non è punibile – per esempio – chi manifesti la sua contrarietà alle unioni gay diversamente da chi, invece, compia atti discriminatori determinati da orientamento sessuale o identità di genere: insomma si tratta di una ipotesi di reato a tutela  dell’uguaglianza che si riflette anche su chi istiga a commettere atti di violenza per motivi fondati sul sesso, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o sulla disabilità.

Vi è, dunque, un’Italia violenta ed intollerante al punto di suggerire che il controllo sia affidato ad un ampliamento del diritto punitivo? Nel nostro Paese sta sedimentando una subcultura espressiva di avversione soprattutto verso quelle che sono definite, con termine invalso, “diversità”?

Forse sì, ed in ogni caso si assiste al susseguirsi pressochè incessante di episodi che – magari – non hanno direttamente a che vedere con le aree protette dal d.d.l. Zan ma sono indicativi di una verticale caduta etica cui corrisponde una tendenza alla incapacità di azionare freni inibitori soprattutto nei confronti di soggetti deboli, sempre più spesso manifestandosi con aggressioni di natura sessuale.

A parte il caso del pargolo di casa Grillo (che è innocente per definizione ed ha animato il dibattito grazie anche alla coltissima intemerata del babbo a garantismo alternato) c’è quello molto recente di un esponente della cosiddetta “Milano da bere” che ha offerto il peggio di sè: un altro imprenditore (il secondo in poco tempo, dopo Genovese) con la inclinazione allo stupro preceduto dalla somministrazione di narcotici; si teme che la vittima non sia una sola e che l’uomo sia un predatore seriale.

“Un Barbablù”, lo ha definito il giudice che ne ha ordinato l’arresto, che custodiva inopportunamente le foto delle sue prodezze sul cellulare. Se ci fosse un’attenuante per la idiozia, potrebbe assicurarsi una pena molto bassa tenendo conto anche di un’altra definizione che gli si addice: la milanesissima “Barlafus” perfettamente ritagliata sul personaggio che non si fa mancare – insieme al pataccone d’oro al polso – il macchinone con il lampeggiante abusivo e il tesserino farlocco dei servizi segreti.

E non poteva mancare neppure questa settimana un magistrato dal comportamento quanto meno opinabile: Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Cassazione che, si scopre, tempo fa aveva preso a pugni la moglie durante un litigio provocandole “un vistoso ematoma con rigonfiamento dell’arcata sopraccigliare”: querelato in un primo momento per maltrattamenti dalla consorte è stato prosciolto perché il gesto non era inserito in un contesto di abitualità ma solo frutto di una scenata di gelosia. Il C.S.M. si è velocemente allineato ed anche il procedimento disciplinare si è concluso senza darsi luogo a nessuna sanzione e il Consigliere Fresa può continuare serenamente il suo lavoro senza neppure subire un trasferimento.

La legge è uguale per tutti, la Giustizia – soprattutto quella “domestica” – dello sputtanatissimo Consiglio Superiore della Magistratura, no.

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