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In attesa di Giustizia: letture consigliate lontano dai pasti

Da qualunque parte io corressi anelando la felicità, dopo un aspro  viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura dov’io mi andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di questa inutile vita: in queste parole che preannunciano il suicidio di Jacopo Ortis echeggia tutta quella eroicità che al gesto era stata riconosciuta da buona parte della letteratura settecentesca, da Goethe ad Alfieri, ma potrebbero rappresentare anche il pensiero di Giuseppi Conte alla vigilia della relazione sulla Giustizia alle Camere del suo discepolo Fofò Bonafede, in calendario il 27 gennaio e di cui questa rubrica si era interessata nello scorso numero de Il Patto Sociale.

In realtà, persino Conte si era capacitato del fatto che poco vi fosse di nobile nel porre fine alla inutile vita del suo Governo con un hara – kiri non affidato alla katana da samurai, bensì scandito da una salva di pernacchi, in stereofonia tra Camera e Senato; alla crisi si è arrivati perché il Premier non ha avuto il coraggio di affrontare l’Aula al fianco del Ministro della Giustizia, perennemente ilare senza che ve ne sia ragione alcuna per esserlo.

Nella medesima settimana, peraltro, il Guardasigilli è stato di scena alla inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Roma, in Corte di Cassazione e a Catanzaro; le cronache non rassegnano nulla di memorabile a proposito di queste due apparizioni: il che, probabilmente, non dipende dalla certificata insipienza dell’uomo quanto dal fatto che ogni e qualsivoglia argomento in materia di giustizia, proprio da quel fatidico mercoledì 27 gennaio, è stato sovrastato dal clamore della pubblicazione del libro intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara.

Diventato subito introvabile, “Il Sistema” ha goduto anche di anticipazioni e commenti praticamente a reti unificate ed è una lettura che fa davvero male mentre – giusto in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario – in ogni Sede di Corte d’Appello ci si è spesi per rievocare ipocritamente figure di magistrati martiri piuttosto che affrontare il tema della Caporetto dell’amministrazione della Giustizia e del malaffare che la permea e dispiace impiegare questo termine che ridonda ingiustamente a danno dei molti appartenenti all’ordine giudiziario che, pure, svolgono con sacrificio e competenza il loro ministero.

Narra Palamara dell’esistenza di un sistema che non solo governa le nomine ai vertici degli Uffici ma determina o frena l’avvio di indagini secondo le convenienze e connivenze politiche, riesce persino ad orientare la giurisprudenza della Corte Costituzionale attraverso gli assistenti di studio che sono magistrati nominati dalle correnti del C.S.M. che influenzano le decisioni della Corte.

Non più tardi di alcuni mesi addietro, quando questo vaso di Pandora stava iniziando a far fluire i propri veleni e miasmi, l’Uomo del Colle si azzardò – dopo iniziali ed imbarazzati silenzi – a parlare in proposito di “modestia etica”: un garbato eufemismo che ha più il sapore della pavida presa di distanza da un verminaio di chi la Costituzione mette a garanzia di sé ed alla Presidenza del C.S.M. e che dovrebbe esprimere ben altro rigore ed autorevolezza.

“Il Sistema” è una lettura consigliata anche se ne emerge uno stomachevole abbraccio tra organi dello Stato che dovrebbero essere tra di loro indipendenti e bilanciati ed – invece – sembrano intesi solo a garantirsi reciprocamente favori, impunità e potere: una lettura cui dedicarsi, preferibilmente lontano dai pasti e se qualcuno tra i lettori coltiva ancora l’attesa di giustizia…beh, se ne faccia una ragione ma sarà davvero molto lunga.

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