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In attesa di Giustizia: lo Stato di…rovescio

Lo Stato di Diritto è quello che pratica la salvaguardia ed il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo che insieme alla funzione dello Stato Sociale concorre alla definizione delle garanzie che i membri delle Nazioni Unite si sono impegnati ad assicurare ai loro cittadini.

Ogni tanto viene da domandarsi se il nostro lo sia ovvero non lo sia solo a corrente alternata: la settimana scorsa abbiamo scritto che al peggio non c’è limite e – sfortunatamente – è vero: è emersa, innanzitutto, una vicenda che risale a poco prima di Natale e che fa il paio con quella dell’avvocato potentino indagato e perquisito senza ragione dopo essersi permesso di chiedere il rinvio di un’udienza per motivi di salute di cui abbiamo trattato nel numero precedente di questa rubrica.

Accadde, infatti che, un altro avvocato – questa volta di Varese – inviasse una richiesta di rinvio di un processo al Tribunale di Brescia giustificandola con l’esigenza di partecipare al funerale ed alla cremazione della madre.

Ed accadde anche che un Pubblico Ministero, subodorando qualche ignobile astuzia avvocatesca, mandasse i Carabinieri al crematorio – a sirene spiegate, prima che accadesse l’irreparabile –  per l’identificazione del cadavere prima della funzione e per accertarne il gradi di parentela con l’avvocato.

Una volta, sulla indimenticabile rivista satirica “Cuore” c’era una rubrica, “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è capace di vergognarsi da solo”.

Ecco, vergogniamoci per costui che dovrebbe essere un servitore dello Stato ed un custode della legalità ed auspichiamo ciò che probabilmente non succederà mai: un intervento del C.S.M. (sino ad ora silente) e, dunque, vergogniamoci anche per l’Organo di Autogoverno della Magistratura.

Tutto ciò, dopo aver chiarito che i rinvii per legittimo impedimento della difesa o dell’imputato devono essere richiesti possibilmente con tempestività e documentati e che interrompono la prescrizione e pertanto – sebbene sia diversa l’opinione di Travaglio ed altri giacobini assortiti, poco studiosi o in perfetta mala fede o entrambe le cose – non comportano nessun vantaggio.

Il lettore, tuttavia, osserverà che non è proprio tutto uno sfacelo: infatti nei giorni scorsi si è giunti ad una sentenza di definitiva condanna per il brutale pestaggio di Stefano Cucchi, dopo aver disvelato i depistaggi con cui si era cercato di occultare un brutale omicidio.

Ma non è tutto bene ciò che finisce bene (si fa per dire, in questo caso) perché vale la pena ricordare che questo ragazzo è morto una settimana dopo l’arresto, quando ormai pesava 37 kg e secondo quanto accertato dai periti la causa della morte era dovuta a “mancate cure mediche e grave carenza di cibo e liquidi”. E vale la pena ricordar anche che il giorno dopo l’arresto era stato visto all’udienza  di convalida da diverse persone tra cui il suo legale di ufficio ma anche il PM e soprattutto il Giudice che lo rimandò in carcere nonostante avesse “difficoltà a camminare e a parlare e mostrasse  evidenti ematomi agli occhi”. In quei sette giorni di detenzione fu visitato sia dai medici dell’ospedale Fatebenefratelli che del Pertini, oltre che ovviamente tenuto sotto continua osservazione dagli agenti di custodia di Regina Coeli ed in quella settimana non fu mai concesso ai familiari di vederlo: non  fino al giorno della morte. Quindi sia ben chiaro che, ferme restando le responsabilità dei carabinieri, Cucchi non sarebbe morto dopo una straziante agonia se anche solo uno, tra i tanti operatori del “sistema giustizia” che lo hanno visto in quelle sempre peggiori condizioni, non lo avesse lasciato spegnersi per consunzione fisica. Questo è quello che è accaduto nella capitale d’Italia e non in un carcere turco da fuga di mezzanotte e nell’anno 2009, non nel medioevo.

Un giovane è morto tra le braccia dello Stato, uno Stato che – nelle sue diverse articolazioni – dopo averne creato i presupposti è rimasto a guardarlo morire. E questo non è uno Stato di diritto.

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