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In attesa di Giustizia: magistrati dietro le sbarre

Francesco Maisto era – ora è andato in pensione – un magistrato illuminato o, più semplicemente, un magistrato come dovrebbe essere un magistrato: noto tra l’altro per lo straordinario equilibrio con cui determinava la pena da infliggersi a coloro che doveva condannare.

Maisto soleva dire che, nel quantificare la reclusione tra il minimo ed il massimo previsto dalla legge, teneva conto di una serie di fattori aggiuntivi di afflittività come il sovraffollamento carcerario, la mancanza di igiene, la pessima qualità del cibo e la scadente assistenza sanitaria, la ridotta capacità delle strutture penitenziarie di fornire strumenti di rieducazione.

Francesco Maisto non aveva mai sperimentato la privazione della libertà personale nelle patrie galere ma aveva quella coscienza e consapevolezza delle condizioni in cui versava (e tuttora versa) la popolazione carceraria che tanto un giudicante quanto un inquirente dovrebbero avere. Così, purtroppo non è e – francamente – potrebbe non essere neppure necessario sperimentare quanto hanno fatto recentemente cinquantacinque tra giudici e Pubblici Ministeri belgi: sarebbe, forse, bastevole non prestare orecchio al blaterare sconclusionato dell’avvocaticchio degli Italiani, dei suoi (fortunatamente ridotti) seguaci e del megafono mediatico affidato alla direzione di Marco Travaglio.

Ma, chiederete voi, cos’è successo a Bruxelles e dintorni? Che quei magistrati hanno volontariamente scelto di essere incarcerati per un certo periodo, per la verità di non lunghissima durata nel carcere di Haren, di nuovissima edificazione e non ancora ufficialmente aperto (quindi deserto), per comprendere meglio le condizioni di vita dei detenuti.

A parere del Guardasigilli belga, Vincent Van Quickenborne, ciò varrebbe anche a migliorare – mediante i suggerimenti dei “detenuti”  sperimentatori – ad ottimizzare il funzionamento della struttura penitenziaria. Giustissimo, sebbene ci sia una notevole differenza tra chi entra in un carcere nuovo di zecca, vuoto e con la chance di uscirne a richiesta quando vuole e chi ci deve effettivamente scontare una pena o una carcerazione preventiva. Tuttavia, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Qualcosa di simile è, viceversa, impensabile alle nostre latitudini dove si annovera un unico precedente di questo tipo, volontario e lontanissimo nel tempo: quello del giudice Pasquale Saraceno che chiese espressamente di entrare in carcere per alcuni mesi dando modo a Piero Calamandrei – uno dei padri costituenti – di trattarne l’elogio nello scritto “Bisogna vedere, bisogno starci, per rendersene conto”.

In epoche più recenti, quando alla direzione della Scuola Superiore della Magistratura c’era il Professor Valerio Onida, era stata prevista la frequenza dei giovani a “stage penitenziari” della durata di soli quindici giorni. Non stupirà che, per le polemiche e opposizioni di varia natura provenienti dall’Ordine Giudiziario, non se ne fece poi nulla perdendo un’occasione di crescita umana e professionale.

D’altro canto, giovani magistrati cresciuti a “manette e mani pulite” è quantomeno improbabile che possano avere la sensibilità per sottoporsi ad esperienze simili che mortificherebbero quel malinteso senso di superiorità morale inculcato da trentennali sermoni davighiani e da quella generosa giurisprudenza disciplinare, di cui si è occupata di recente questa rubrica, che riconduce a banali marachelle anche grossolani comportamenti e squinternate decisioni che costano libertà, lacrime e onorabilità ai cittadini in attesa di giustizia.

Qualcosa, forse, vedremo in un prossimo futuro sebbene si tratti di esperienze postume: la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio dei P.M. milanesi De Pasquale e Spadaro e verificheremo come andrà a finire per questi bricconcelli che sembra (fondatamente) abbiano  nascosto prove a favore di imputati pur di “vincere” un processo sottoponendoli ad oltre un lustro di indagini e giudizi per poi essere assolti. E, per una volta, se l’impianto accusatorio contro questi due P.M. si rivelerà consistente, anche da queste colonne, baluardo di garantismo e rispetto della libertà  si leverà un grido: in galera!

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