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In attesa di Giustizia: mamma li turchi!

La giustizia è invisa a Recep Erdogan sotto ogni profilo, salvo che i cittadini, avvocati, magistrati e giornalisti inclusi, non siano disposti a piegare la testa.

Dopo il tentativo di colpo di stato del 2016 vi è stata una stretta autoritaria, ma non è stata quella l’occasione per una ulteriore ed inarrestabile deriva dei diritti: in Turchia sono stati fatti arrestare centinaia di avvocati, colpevoli di aver svolto il proprio ruolo di difensori, magari nell’interesse di oppositori del regime; sono stati arrestati o privati delle funzioni anche decine di magistrati e centinaia di giornalisti. E la repressione non si arresta, anzi, si estende verso ampie schiere di oppositori del governo.

Ma neppure la protesta in Turchia non si placa e anch’essa assume molteplici forme, come lo sciopero della fame durato 238 giorni e che ha portato alla morte l’avvocata Ebru Timtik di cui un po’, ma senza esagerare, si è parlato sui giornali di casa nostra.

La donna ha patito sofferenze indescrivibili e pesava ormai 33 chili senza essere più in grado di reggersi in piedi e debilitata a tal punto che era divenuta impossibile anche l’ingestione di acqua. L’Avvocato Tamik, colpevole di aver difeso soggetti invisi al regime, ha subito sulla propria pelle un regime che ha cercato di contrastare manifestando per ottenere un giusto processo per sé e per chi fosse incarcerato, non di rado per anni, in attesa di un giudizio con l’accusa di essere terroristi per il solo fatto di avere preso posizione – anche solo dialetticamente – contro Erdogan.

I processi che sono stati celebrati a carico di questi sventurati, infatti, si sono risolti in una farsa come hanno più volte denunziato gli osservatori che, rischiando, hanno avuto modo di seguirli da vicino.

Tra gli elementi di accusa contro gli avvocati c’è persino il fatto che parlino con i loro assistiti, accusati di terrorismo, e perciò vengono considerati collusi. Aberrante: è un processo alla funzione difensiva.

Del resto, in Turchia la negazione e la violazione dello stato di diritto e dei diritti umani è sistematica e non da ora. Già negli anni ’80 per esempio, a Istanbul furono inquisiti e condannati dei deputati nei confronti dei quali gravava l’accusa di aver parlato in curdo in Parlamento. E da allora la repressione si è estesa: linguistica, etnica, religiosa, politica, di orientamento sessuale. Viene da chiedersi come sia possibile che un Paese che è sull’uscio dell’Europa e del quale molti vorrebbero l’ingresso nella UE calpesti i valori più elementari del vivere civile e non sia sottoposto a pesanti sanzioni, come sta accadendo al Venezuela o alla Bielorussia. A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia: non sarà il ricatto sui migranti l’arma che permette l’impunità a una nazione guerrafondaia? Vi è da sperare che l’Europa e gli Stati democratici non si stiano mostrando forti con i deboli e deboli con i forti.

Sulla scorta dell’atteggiamento assunto, tuttavia, non può che fondatamente temersi che l’Unione Europea sia purtroppo complice di questo pericolosissimo regime e del personaggio che lo incarna, foraggiato in ogni modo quando ne ha avuto la necessità, disinteressandosi del suo sistematico calpestio dei diritti fondamentali.

Un colpo di reni, un segnale, da parte dell’Italia che risvegli le coscienze degli altri Paesi sarebbe auspicabile ma sembra improbabile finché alla Farnesina siederà lo statista che risponde al nome di Luigi Di Maio e, dunque, non lamentiamoci se da noi l’attesa di Giustizia è molto lunga: altrove non vi è neppure questa speranza.

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