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In attesa di Giustizia: mi alzo in piedi

Manuel Sarno con Shara Zolla

L’emergenza  sanitaria ha avuto riflessi  di grande impatto sull’amministrazione della giustizia: gran parte delle attività sono in stallo, udienze rinviate  tranne quelle indifferibili per il necessario rispetto a termini di decadenza. Si sono visti i primi processi a distanza, in video conferenza: a questo strumento, forse indispensabile allo stato ma pieno di controindicazioni (a partire dalla efficienza e continuità del segnale mentre si è in collegamento, dalla qualità audio, dalla impossibilità di produrre documenti in tempo reale), sta già guardando con interesse Piercamillo Davigo che intende suggerire di rendere ordinaria la modalità per ora eccezionale. Certo, un processo così è ciò che di più simile si possa avere a un “non processo”, sicuramente allineato al pensiero manettaro del noto magistrato. Il processo penale è una cosa molto seria in cui sono in gioco valori e interessi primari di imputati e persone offese e deve avere la sua ritualità, perché la forma molto spesso è sostanza ed anche spirito, come si può ricavare dalle parole – che ripropongo volentieri – di una Collega di Matera, l’Avvocata Shara Zolla.

“E poi mi alzo in piedi… quel fatidico momento in cui sei chiamato a difendere. E si difende alzandosi in piedi per rispetto a chi siede al nostro fianco, “garante della lealtà dello Stato, all’ultimo gradino della scala sociale”, l’indifendibile. E mi alzo per rispetto a chi ascolta ed è di fronte a me. E mi alzo per chi è dietro di me perché sappia che non sono lì per chiacchierare. Sin dal primo giorno in cui sono entrata in aula ho guardato con occhi da innamorata chi, con indosso la veste nera, la nostra amata toga, aveva quel coraggio di alzarsi e parlare di fronte a tutti, per spiegare i perché di un qualcosa che per tutti era solo da condannare. Indelebile è quel brivido che scorreva le prime volte sulla pelle quando, terrorizzata, con voce tremula o insicura, inebriata dalla consapevolezza di avere nelle mani la vita di quella persona che mi sedeva a fianco, mi alzavo e raccontavo, e spiegavo cosa non poteva essere condiviso di fronte alle richieste di una punizione, di una condanna che vivevo e sentivo come ingiusta. Non ho mai avuto bisogno del microfono perché, una volta in piedi, la voce trovava il suo spazio e, col passare del tempo, è diventato un arduo esercizio trattenerla. Dal 5 marzo non varco le porte del Tribunale e non entro in Aula. La mia toga è in Tribunale nell’armadietto 204 nei pressi dell’Aula Pagano. Mi sembra di averla abbandonata lì, sola, in isolamento da quarantena anch’essa. E’ una parte di me che ho abbandonato al buio! Ed è rimasta al buio la nostra anima di difensori. E se non la indosso, e se non mi alzo in piedi, vuol dire che in questo momento non difendo i diritti di quel cittadino e del mio Stato di fronte i quali ho giurato di esercitare la mia funzione, essere Avvocato. Mi chiameranno nei prossimi mesi a presenziare all’udienza in difesa di “nessuno”, e l’aula sarà un luogo inumano nel suo essere ormai una stanza virtuale. E non avrò nessuno alle mie spalle. E non avrò nessuno dinanzi: di fronte, solo un’immagine virtuale, magari un trucco della fantascienza mascherata da scienza e progresso, con cui potrò colloquiare allorquando mi sarà consentito. E non indosserò la toga, perché la toga si indossa solo in Aula, di fronte ad un Giudice, distante nella giusta misura, alla presenza del Pubblico Ministero in una pubblica udienza. E non potrò alzarmi! E allora la voce sarà fioca, perché altrimenti il microfono gracchia!

E non sarò in piedi! Ed una parte di me sarà andata via per sempre!

Ma non posso e non voglio rassegnarmi.

La mia toga mi aspetta ed io non la lascerò lì sola.

Ed io sarò in piedi a difendere chi mi siede a fianco.”

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