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In attesa di Giustizia: processi senza aula

Sembra che i processi debbano sempre più spesso celebrarsi fuori dalle aule e in questi giorni se ne è avuta più di una preoccupante riprova.

Lo sfogo di Grillo sembra la nemesi che si ritorce contro colui che ha costruito una fortuna politica sul linciaggio mediatico di presunti innocenti (presunti, perché non ancora giudicati) offrendoli con la tradizionale eleganza oratoria alla rappresentazione del vaffaday come già condannati dalla folla televisiva.

Garantismo a corrente alternata, quindi, di chi in altre occasioni si genuflette in adorante e servo ossequio del Torquemada di turno ed invocando il “crucifige” di chiunque abbia avuto la sventura di essere sottoposto ad un indagine, seppure ben lontano da una condanna definitiva.

Un po’ di coerenza, serietà e consapevolezza non guasterebbero: i processi sono una faccenda terribilmente seria per essere affidati agli show televisivi ed alle compagnie di giro.

Riportando l’attenzione sulla vicenda – drammatica – di Denise Pipitone (la bimba siciliana scomparsa ormai da moltissimi anni), Quarto Grado ha voluto tener fede al proprio nome imperniando nella quasi interezza una puntata per contestare il triplice e definitivo giudizio assolutorio della sorellastra che per l’ipotesi di sequestro di persona non potrà mai più essere giudicata in nome di un divieto per legge a garanzia di chi sia stato assolto con sentenza non più appellabile.

Ma il mondo dei media, dei social non trova mai quiete se si tratta di celebrare processi sommari: per giorni si sono agitate le acque, senza farne il nome, intorno alla figura di un magistrato uso a consumare pranzi e cene nei ristoranti vicini al Tribunale di Milano senza pagare il conto: una brutta storia ma per altri motivi.

Alzi la mano chi crede che ci possa essere un cronista che, non si sa bene in virtù di quale illuminazione e con i locali chiusi, si mette al rintraccio di ristoratori per porre una domanda del tipo “Scusi, le è mai capitato di avere come cliente un magistrato scroccone?”. E’ chiaro che c’è stata una soffiata ed essendo altrettanto impensabile che provenga simultaneamente da diversi esercenti, non può altro che derivare dall’”interno” anche perché adesso si dice che tra i magistrati tutti sapevano tutto e del problema se ne sarebbe occupato anche il Consiglio Giudiziario.

Francamente tutto ciò ha il sapore acre del regolamento di conti, a pochi mesi dal pensionamento e poche settimane dalla partecipazione ad un processo di grande rilievo politico economico, in quell’ambientino ormai saturo di veleni che è la magistratura.

Ha fatto benissimo Piero Gamacchio, questo è il nome del giudice, a uscire subito allo scoperto, ammettendo tutto e ponendosi in aspettativa: se qualcuno ha pensato di tenerlo sotto schiaffo, ora ha le polveri bagnate.

Comunque la si riguardi è una storia più triste che brutta cui ha fatto subito seguito la notizia della incolpazione del Presidente del Consiglio di Stato per induzione indebita e, per non farsi mancare nulla (una al giorno), quella dell’arresto di un giudice di Bari per corruzione.

Ormai la credibilità dell’Ordine Giudiziario tra diffusi gossip, veleni e incriminazioni sta sprofondando in un abisso; i processi un aula sono altrettanto temuti da chi con la magistratura deve confrontarsi perché, come scriveva Nietzsche, se si guarda in un abisso anche l’abisso ti guarda dentro.

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