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In attesa di Giustizia: quod deus iunxit…

Quod Deus iunxit nemo potest disgiungere: uno dei principi fondamentali del diritto canonico che prevede l’indissolubilità del matrimonio. Eppure, c’è voluto un referendum, ma anche in un Paese come il nostro dalla radicata tradizione cattolica è passata la legge sul divorzio: molto più complicato sembra far approvare la legge di iniziativa popolare (in argomento c’è anche quella referendaria di Salvini) sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e del pubblico ministero.

A giorni, grazie ad un forcing del radicale Magi e del solito Costa di Azione, dovrebbe riaprirsi il dibattito in commissione affari costituzionali ed è agevole prevedere il potenziale divisivo per la maggioranza di governo derivante dalla strenua opposizione di  PD, 5 Stelle e LEU.

Ma, tant’è: la separazione delle carriere, diffusa e tradizionale in molti sistemi giuridici occidentali,  continua ad essere un tabù non sfatabile come dimostrano sistematiche manifestazioni di forte avversità.

Questa, per esempio:  Giovanni  Salvi, attuale Procuratore Generale della Cassazione, che non è stato mai stato allineato alle iniziative delle Camere Penali.

Evidenziò contrarietà persino alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha introdotto i principi del giusto processo schierandosi con i vertici dalla A.N.M. (neanche a dirlo).

Al Giovanni Salvi non piaceva neppure l’introduzione di una regolamentazione per le investigazioni difensive: supporto indispensabile proprio del giusto processo e per cercare di realizzare – almeno entro certi limiti – la parità tra accusa e difesa.

Neppure i referendum sulla giustizia del 2000 erano graditi a Salvi, uomo di cui si deve però ricordare la  grande cortesia e preparazione giuridica.

Ora, però, non è più questione di pur sempre rispettabili opinione, forse ha un filo esagerato avviando (è nei suoi poteri) l’azione disciplinare nei confronti della Dott.ssa Banci Buonamici.

Donatella Banci Buonamici, per chi non ne ha memoria, è il Giudice di Verbania che non ha convalidato i provvedimenti di fermo per il disastro della funivia del Mottarone (giuridicamente mancavano del tutto i presupposti in assenza di un concreto pericolo che gli indagati si rendessero irreperibili).

Cinque capi d’accusa nei confronti del G.I.P. Banci Buonamici, che dovrà risponderne disciplinarmente al C.S.M.,  tra i quali uno spicca per singolare opinabilità: l’avere compromesso il prestigio e l’immagine della magistratura suscitando l’attenzione e la reazione dell’Unione delle Camere Penali a fronte del vespaio che la vicenda aveva suscitato a Verbania tra cahiers de dolèances del Procuratore Capo perché il Giudice aveva disatteso la sua richiesta, vista quasi come un atto di inimicizia che ha  fatto interrompere la tradizione del “caffè insieme”, sospetti sulle modalità di gestione delle tabelle di assegnazione dei fascicoli e presunte pressioni della Procura Generale.

Sembrerebbe, quindi, che sia vietato discostarsi dal pensiero unico, figuriamoci anche solo ipotizzare che non vi sia più unicità delle carriere dei magistrati: resta solo da attendere con ansia le ragioni che i raffinati giuristi capitanati da Giuseppe Conte, uno che quando apre bocca si capisce perché ha scelto Fofò  Bonafede prima come assistente universitario e poi come Guardasigilli,  e da Enrico Letta ad ognuna delle cui esternazioni corrisponde una crescita di almeno il 2/3% del centrodestra nei sondaggi. Dio li benedica, anche in nome degli autori di Zelig.

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