In attesa di Giustizia: ricordatevi del povero fornaretto
Roberto Saviano grida – come sua consuetudine – allo scandalo a causa della scarcerazione di alcuni imputati per fatti di criminalità organizzata in un processo in corso di celebrazione a Napoli e lo scandalo risiederebbe nella conseguenza di falle di un sistema normativo confuso.
Non risulta che Saviano sia un cultore del diritto processuale penale ma, si direbbe, neppure di una corretta informazione: diversamente avrebbe appreso che quelle scarcerazioni sono conseguenza del superamento dei termini massimi di carcerazione preventiva previsti dal nostro ordinamento che, sotto questo punto di vista, è allineato a quelli di tutte le democrazie occidentali prevedendo che la libertà personale non possa essere limitata oltre un certo numero di anni, sì di anni non di mesi o settimane, se non interviene almeno una sentenza di condanna di primo grado.
Se Saviano si documentasse studiando gli argomenti sui quali pretende di pontificare saprebbe che quelle che definisce falle di un sistema normativo confuso sono regole processuali che affondano le radici nella Costituzione, espressamente all’articolo 13, non meno che al 27 che tratta della presunzione di non colpevolezza: altro principio giuridico condiviso dagli Stati di Diritto e sarebbe, forse, pretendere troppo che Saviano conosca la storia di quella che viene chiamata “legge Valpreda”: roba vecchia, del 1972, iniziativa del Guardasigilli Gonella di cui è impossibile che abbia memoria chi non studia prima di dare aria alla bocca.
Non è la prima volta che questa rubrica lo evidenzia: la conoscenza ed il rispetto della Costituzione sembrano essere una opzione più che un obbligo; tuttavia, finché gli strafalcioni provengono da un presunto saggista che ha scritto più libri di quanti siano i suoi lettori, pazienza…il peggio è quando la Costituzione viene dimenticata da coloro che ne fanno un usbergo e la sventolano ad ogni manifestazione organizzata dal loro sindacato: i magistrati.
E così è che nella indagine sulla edilizia privata milanese, l’ennesimo Vaso di Pandora scoperchiato grazie agli eroi della Procura di Milano, si scopre che sono state acquisite conversazioni in chat – subitaneamente pubblicate in violazione della legge – intercorse tra un costruttore e l’europarlamentare Maran nonostante che il Giudice delle Leggi abbia stabilito che ciò è possibile solo previa autorizzazione del Parlamento.
D’altronde, proprio quella indagine passando al vaglio del Tribunale della Libertà sta incappando nelle prime severe censure: tutti gli arrestati sono stati scarcerati e, per quanto le motivazioni non siano ancora depositate, si intuisce che l’esito sia dovuto ad una riqualificazione “al ribasso” di illeciti difficilmente sostenibili come, d’atro canto, era stato subito annotato su queste colonne. Tutto ciò con buona pace del GIP che si è tormentato i polpastrelli per dattiloscrivere quattrocento pagine di ordinanza di cattura in pochi giorni. E qualcuno avrà di ridire perché la libertà sembra quasi corrispondere a denegata giustizia in questo sventurato Paese, immemore che persino il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia, prima di ritirarsi in camera di consiglio, veniva così ammonito e richiamato ad equilibrio e prudenza dal cancelliere: “Ricordatevi del povero fornaretto”, protagonista di un tragico errore giudiziario la cui storia chi vuole ed è interessato (certo non molti P.M. né Saviano, Travaglio, Barbacetto e compagni) può rileggerla nei cinque atti del dramma storico firmato da Francesco Dall’Ongaro.



