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In attesa di Giustizia: scusi, lei è un assassino?

Da quasi dieci anni la cronaca giudiziaria si è occupata della sparizione della signora Marinella Cimò, allontanatasi da casa nel 2011 senza lasciar alcuna traccia; il marito, Salvatore Di Grazia, ne aveva denunciato la scomparsa solo dopo dieci giorni inducendo gli inquirenti a concentrare su di lui i sospetti ed a procedere per l’ipotesi di omicidio nonostante il mancato rinvenimento del corpo della donna.  Salvatore Di Grazia è stato processato e condannato quale autore del delitto.

Nei giorni scorsi, i tempi sono sempre quelli che sappiamo, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato e reso esecutiva una condanna a 25 anni di reclusione.

La cronaca giudiziaria, quasi interamente di tendenza colpevolista, è soddisfatta perché è stato individuato un responsabile ed inflitta una pena superando l’ostacolo dell’assenza di una prova diretta del fatto. Recentemente, tra l’altro, proprio la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza di grande spessore che affronta proprio il tema della inutilizzabilità dei meri sospetti per addivenire a una condanna essendo richiesta la sussistenza, perlomeno, di indizi (che sono cosa ben diversa) plurimi e concordanti e come tali idonei a superare la soglia del ragionevole dubbio. E’ la cosiddetta “regola B.A.R.D.” , acronimo derivato dal diritto anglosassone che sta, appunto, per Beyond Any Reasonable Doubt.

Concetti difficili da digerire per un’opinione pubblica intrisa di davighismo, che si abbevera alla fonte di Marco Travaglio, celebrando – quali che siano – i fasti manettari. Altro che controllo sulla giurisdizione da parte del popolo: tale compito è ormai terziarizzato come dimostra (tra i tanti esempi) un servizio andato in onda a Quarto Grado – con la partecipazione del condannato Di Grazia – che restituisce un quadro preoccupante della nostra epoca e consente di riflettere sul “grado di salute” del nostro sistema giudiziario.

L’intervista a Di Grazia, nell’imminenza dell’arresto per espiare la pena, lascia sgomenti per modalità ed intenti: l’uomo  viene, infatti, sottoposto ad un giudizio demolitorio, reo non solo del delitto per cui è stato processato, ma anche (forse soprattutto) di aver osato sostenere fermamente la sua innocenza.

A questo uomo anziano – dalla personalità  particolare, ma non per questo immeritevole di rispetto – sono stati rivolti pressanti interrogativi, quasi a voler ottenere in diretta una confessione mai resa o un’informazione mai concessa.

“Dov’è il corpo di sua moglie? ”E ancora: “Di Grazia ha ucciso o no sua moglie? Sa io la domanda gliela dovevo fare”… “Ma Di Grazia lei ha 83 anni ed è stato condannato a 25 anni: lei sa cosa vuol dire questo? Cosa ha messo nella valigia (per il carcere), un libro o un pensiero di sua moglie? Ed ancora “Glielo avevo detto Di Grazia di far meno lo strafottente, l’arrogante il burlone perché era palese che c’erano gli indizi contro di lei: ora può fare tutto quello che vuole, ricorrere a procedure e cavilli, ma la sostanza è tutta qua”.

Domande che non abbisognano di commenti ulteriori circa  la loro gratuità e  sottesa pretesa moralista. Il processo, concluso nelle aule, prosegue e persiste nella sua forza inquisitoria nelle sedi dei talk show o su web, quasi che una sentenza non sia  adeguata a placare la sete di giustizia.

Una giustizia responsabile di non aver fornito tutte le risposte si pretenderebbe di avere. Insomma un “limite” del sistema processuale. Un limite che – se ci pensiamo – forse è connesso ad una prassi sempre più consueta di accesso (od abuso) al processo indiziario in cui difetta la prova diretta o storica del fatto illecito da accertare e nel quale il Giudice – seppur nel rispetto delle norme e all’esito di una ragionata analisi di quegli elementi – sceglie tra un ventaglio di ipotesi “probabili” quella che egli soggettivamente ritiene “più ragionevole, più credibile”, addivenendo ad una decisione che seppur corrisponde all’accertamento di una verità processuale lascia contorni irrisolti e domande inevase. Un percorso logico giudico in cui l’errore diviene una variabile assai concreta.

Su tali premesse si erge l’uomo comune nelle vesti del censore, proseguendo in quel compito che la Giustizia ha solo parzialmente assolto; un uomo che sente ancora l’esigenza di chiedere, nonostante una sentenza di condanna definitiva, “Scusi, lei è un assassino”? E meno male che, se nel nostro sistema l’attesa di giustizia è sempre lunga, perlomeno non abbiamo il processo con giuria.

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