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In attesa di Giustizia: sezione doppio zero

L’epilogo dell’ultimo film in cui Daniel Craig ha interpretato l’agente 007 ha lasciato sgomenti gli appassionati perché muore il leggendario personaggio dei romanzi di Ian Fleming.

Tuttavia, come di consueto, in fondo ai titoli di coda è apparsa la scritta “James Bond ritornerà” e si è iniziato ad ipotizzare chi potrebbe indossarne i panni nella prossima puntata della saga: sarà un britannico per forza, una donna, di colore? La Produzione non si sbilancia, un po’- forse – per esigenze di marketing facendo crescere l’attesa, ma è verosimile che una rosa di nomi vi sia già.

Grazie allo straordinario lavoro della redazione del Fatto Quotidiano – sempre siano lodati Peter Gomez e Marco Travaglio – abbiamo già una ghiotta anticipazione: non sarà britannico ma italiano, non sarà neppure un ex ufficiale di Marina Militare e come copertura del suo ruolo di agente del Military Intelligence Six con licenza di uccidere non avrà più la società fantasma Universal Export ma un elegante ufficio con la targa “Studio legale” sulla porta.

Avete indovinato? Sarà un avvocato italiano, si dice “del Sud” ma nessuno deve sentirsi ingiustamente escluso nella fase che è ancora di casting.

Ma come hanno fatto questi equilibrati e operosi giornalisti a scoprire tutto ciò? E’ presto detto: grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittima la norma che prevede la censura sulla corrispondenza tra gli avvocati e i detenuti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai mafiosi. Decisione ineccepibile che rileva come il diritto di difesa ricomprenda quello di comunicare in modo riservato tra difensori e assistiti.

Al Fatto, però, la pensano in maniera diversa e scrivono: “geniale! così i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera”; evidentemente ne sanno di più dei Giudici della Consulta che hanno osservato che una tesi contraria rappresenterebbe una generale ed insostenibile presunzione di collusione tra il patrocinatore e l’imputato.

Bene ma non benissimo: una vera e propria licenza di uccidere sarebbe stata rilasciata, in questo modo, dal massimo organo giurisdizionale della Repubblica agli avvocati ed ai loro clienti.

L’insinuazione è infamante ed alimenta indiscriminatamente discredito: la Presidente del Consiglio Nazionale Forense se ne è lamentata in nome di tutta la categoria con una lettera al Direttore, ricordando – tra le altre cose – la funzione essenziale del difensore nel processo.

La risposta, dai toni garbati e i contenuti di elevato spessore argomentativo esordisce con “Poco gentile Presidente” e prosegue considerando che l’invettiva non era certamente rivolta a tutti gli avvocati ma che “molte mele marce ci sono anche fra gli avvocati”, cosa ben nota a chi si intende di criminalità organizzata. Conclude dicendo che continuerà a scrivere ciò che pensa senza chiedere il permesso a nessuno, definisce “comiche diffide” quelle ricevute e invita la Presidente a lamentarsi, piuttosto, con Mario Draghi che imponendo l’obbligo di green pass per accedere nei tribunali ha leso, lui sì, il diritto di difesa.

Finita la lettura di questo sproloquio si avverte proprio l’esigenza di un agente della sezione Doppio Zero: inteso il richiamo a quella che – un tempo – era la sigla che indicava i “locali di decenza” (oggi meglio noti come toilette) per rivolgere a Travaglio più che una diffida un perentorio invito: “Ma vai a ******”.  E i lettori mi perdoneranno la licenza poetica.

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