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In attesa di Giustizia: Sporting theory of trial

Con questa definizione, negli Stati Uniti, ci si riferisce al processo penale visto come un agone sportivo nel quale “vince il migliore”. Non necessariamente la giustizia: del resto la giustizia degli uomini è per sua natura fallace, motivo per cui – nonostante l’avversione di molti  – il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio come la maggior parte dei sistemi democratici.

La terminologia usata dagli americani appare forse eccessiva, peraltro, non si deve dimenticare che il modello processuale adottato negli U.S.A. è un “accusatorio puro”, cioè a dire un processo di parti nel quale Pubblico Ministero e Difesa sono effettivamente sullo stesso piano e un giudice terzo ed imparziale funge solo da arbitro del dibattimento garantendo il rispetto delle regole, il giudizio finale è affidato alla giuria che deve valutare, molto laicamente ed oltre ogni ragionevole dubbio, la consistenza delle prove dell’accusa e non affermare l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato: tanto è vero che la formula di proscioglimento è “not guilty”, non colpevole, a significare semplicemente che il Public Prosecutor non è riuscito a dimostrare la fondatezza della propria tesi, non necessariamente che l’accusato sia innocente.

Tra le parti, accusa e difesa, a regola – oltretutto – c’è molto fair play: vinca il migliore (o giù di lì) è quindi una terminologia che, ben interpretata, ci può stare.

Da noi non è così: a parte il fatto di avere un sistema processuale dove vengono impiegati termini come “giusto processo” e “giudice terzo” “ragionevole dubbio”, nella prassi si tratta di enunciazioni prive di contenuto effettivo e l’amministrazione della giustizia penale soffre, in larga misura, delle nostalgie di un ordine giudiziario che si sente orfano dell’inquisitorio e di Procure che mal digeriscono le sconfitte.

Qualche esempio? Torino, già capitale del Regno, ne offre un paio veramente inquietanti e recentissimi, a margine del giudizio di appello sulla cosiddetta “Rimborsopoli del Consiglio Regionale” che si sta nuovamente celebrando dopo un massiccio annullamento delle precedenti condanne da parte della Cassazione.

Uno degli imputati, l’ex Consigliere Regionale Angelo Burzi, nel frattempo e pur assolto, si è suicidato non reggendo più la tensione generata da dieci anni di processo che gli hanno rovinato la vita ed, a fronte delle manifestazioni di solidarietà e cordoglio pervenute da più parti, il Procuratore Generale di Torino, Saluzzo, respingendo le accuse di persecuzione giudiziaria e disparità di trattamento ha invitato a moderare i toni perché si rasentava il “vilipendio della magistratura”. Fuori luogo è dir poco.

Gli Intoccabili…ma ci sono ancora? Sembrerebbe di no, ma dipende da che parte arrivano le critiche: nel corso della requisitoria nel medesimo processo il Sostituto Procuratore Generale, Avenati Bassi, nel criticare la sentenza della Cassazione di annullamento delle condanne ha sostenuto che chi l’ha decisa e chi l’ha scritta non capisce niente di diritto e non avrebbe neppure dovuto superare il concorso in Magistratura.

Avenati Bassi, invece, sembra che abbia superato il concorso in Magistratura Democratica: infatti, dopo aver chiesto – sempre nella stessa  indagine – la condanna degli esponenti di centrodestra e l’assoluzione di quelli di centrosinistra non ha ritenuto inopportuno accettare la designazione del PD come consulente per la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle banche.

Una vita fa c’era almeno un buon gusto maggiore: un Presidente di Sezione della Corte d’Appello di Milano, a metà anni ’90, scrisse – ma con toni garbati e riservatamente – al Primo Presidente della Cassazione lamentando il numero, secondo lui eccessivo, di annullamenti di sentenze della sua Sezione…e il Primo Presidente, sempre educatamente, rispose: “Dica ai suoi giudici di scriverle meglio”.

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