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In attesa di Giustizia: tabù

Fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso ogni volta che si registrava un sovraccarico di lavoro nel settore penale degli uffici giudiziari il rimedio era nel ricorso all’amnistia: nulla che, allora, sconvolgesse la coscienza dei cittadini; il provvedimento decongestionava efficacemente l’arretrato cancellando fascicoli per “reati nani” tipo l’ingiuria, la guida senza patente, i furtarelli in supermercato.

Storicamente, a parte l’amnistia “Togliatti” che accompagnò un momento storico di pacificazione sociale,  si è sempre trattato di forme di “perdono” contenute di solito accompagnate dall’indulto e cioè a dire da uno “sconto” di pena (generalmente ricompreso tra i sei mesi e i due anni) per coloro che erano stati condannati definitivamente, ma non per tutti ed esclusi alcuni reati molto gravi come la rapina o grossi traffici di droga, che contribuiva a dare un po’di sollievo a carceri sempre alle prese con il sovraffollamento.

Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una modifica della Costituzione che ha previsto una maggioranza parlamentare di problematico raggiungimento (2/3 sul testo complessivo e 2/3 su ogni singolo articolo della legge) per l’approvazione di un’amnistia, e non casualmente dai tempi di Mani Pulite che hanno segnato l’inizio dell’epopea giustizialista, parlare di provvedimenti di clemenza è diventato un tabù e solo sollecitarli (tranne quando a farlo è stato il Pontefice) è diventata una manifestazione di pensiero politicamente scorretto, il sintomo di una manovra volta a soccorrere – neanche a dirlo – amici e compagni di partito corrotti e corruttori sebbene, per la verità, un’amnistia per tali reati non vi sia mai stata.

L’arretrato di milioni di processi penali non celebrati si è – ovviamente – ancor più appesantito a causa del fermo quasi totale dei Tribunali in tempi di pandemia: ma guai a parlare di soluzioni che consistano nella estinzione dei reati, anche di piccolo cabotaggio, per dare respiro ad un sistema allo stremo.

I tabù, peraltro, possono essere astutamente sfatati: ecco allora, tra le pieghe della riforma che dovrebbe farci guadagnare i fondi del PNRR, spuntare la panacea di tutti i mali. Nella legge delega, infatti, è previsto che gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace ed uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito dei criteri indicati dal Parlamento con legge, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati di indicare nei progetti organizzativi delle Procure al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo anche conto del numero degli affari da trattare e delle risorse disponibili il tutto allineandosi con le capacità di assorbimento del carico da parte degli uffici giudicanti.

Tradotto: un’operazione di eugenetica giudiziaria mediante selezione delle indagini che si possono accantonare e dei processi che non si faranno mai perché non ci sono uomini, aule, risorse, denari.

Un’amnistia strisciante approvata per legge che rafforza quanto già previsto in termini analoghi da una circolare del Consiglio Superiore della Magistratura di qualche anno fa: la parolaccia “clemenza”, però non viene pronunciata in nome, piuttosto, della positiva visione prospettica di una ottimizzazione del funzionamento degli Uffici. Anche il popolo pentastellato, che con quei paroloni ha una rarefatta dimestichezza, plaude all’iniziativa che se non altro ha il merito di sfilare la foglia di fico che da lustri ricopre le pudenda di un’amministrazione della Giustizia in perenne debito di ossigeno che si arrangia come può.

A prescindere da alcuni profili di dubbia costituzionalità di una disciplina che sembra violare, primo tra tutti, il principio di obbligatorietà della azione penale sarebbe stato forse preferibile mettere mano ad una consistente depenalizzazione: soprattutto nelle leggi speciali più che nel codice esistono migliaia di reati semplicemente ridicoli che, prima della destinazione all’oblio intasano e rallentano le Procure con adempimenti iniziali indispensabili quali la iscrizione della notizia di reato, la convalida di un sequestro, la formazione di un fascicolo che verrà poi dimenticato. Qualche esempio? L’utilizzo di stalloni non autorizzati dal veterinario provinciale nella monta equina o l’impiego di vernici non omologate per dipingere le linee di galleggiamento delle navi, tanto per citarne un paio e, chi ne ha voglia, può ritrovare un vecchio articolo di questa rubrica (La parabola dei pappagallini) che tratta l’argomento.

Sfortunatamente, anche la depenalizzazione è un tabù, la sola parola è impronunciabile da un legislatore per il quale il ricorso al diritto punitivo, invece che essere visto come dovrebbe e cioè uno strumento sussidiario di controllo sociale, è fonte inesauribile di soddisfacimento della pancia dell’elettorato con quanto ne deriva in termini di consenso.

Per la Giustizia, probabilmente, l’attesa è ancora lunga.

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