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In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

Tutto il mondo è paese: non che il “mal comune mezzo gaudio” debba essere davvero motivo di consolazione ma è corretto registrare che anche altrove l’amministrazione della giustizia alimenta polemiche di ogni genere.

Probabilmente in California non è mai giunta l’eco delle prodezze e dei programmi di intervento di Pubblici Ministeri come Piercamillo Davigo (“rivolteremo l’Italia come un calzino”) ma, tant’è, vi è stata recentemente una vera e propria sollevazione contro quella che si è definita “politica permissiva” di alcuni Procuratori distrettuali, come quello di Los Angeles che è stato addirittura destituito attraverso un referendum popolare: cosa possibile, perché nel sistema americano, i pubblici ministeri sono un organo politico eletto direttamente dal popolo e il popolo ai referendum va a votare.

Al “District Attorney” della Città degli Angeli è stato attribuito l’aumento della criminalità di strada – quella maggiormente percepita dalla popolazione – perché con la sua politica avrebbe ridotto la sicurezza pubblica.

Come? Alleggerendo, per esempio, i requisiti per la cauzione e in tal modo rendendo più facile per i presunti autori di reati tornare liberi ed anche rifiutandosi di perseguire determinati reati, come il vagabondaggio o la prostituzione: altra cosa possibile, sì,  perché, sempre nel sistema americano, l’azione penale è facoltativa e non obbligatoria come da noi, dove Travaglio – per un’iniziativa simile – avrebbe scatenato  una sorta di guerra civile.

Eppure è un dato statistico costante che, in America, negli Stati dove vige la pena di morte il tasso di criminalità è addirittura più elevato rispetto a quelli dove quella massima è l’ergastolo.

Anche oltre Oceano, quindi, il denominatore comune del populismo è lo stesso che da noi: più repressione uguale più sicurezza.

Forse non sarebbe sbagliato riconsiderare che il problema non nasca  da un facilitato accesso  alla libertà su cauzione ma vi sia un rapporto causa/effetto nella coincidenza temporale fra l’inizio della pandemia e l’aumento della criminalità di strada. Il populista medio, però, fa un uso normalmente contenuto della elaborazione del pensiero.

Tutto il mondo è paese: è cronaca di questi giorni il susseguirsi di reati contro il patrimonio tipicamente “da strada”, soprattutto a Milano e – forse non a caso – in coincidenza con la fiera del mobile e del design; evidentemente vi è un malessere diffuso, un problema sociale che non può essere risolto attraverso il sistematico ricorso al diritto punitivo ed il tintinnare delle manette che non svolgono alcuna reale funzione deterrente…e giustizia e sicurezza sono concetti adiacenti ma non analoghi ed i rigori della prima non possono essere la soluzione della seconda per la quale il rimedio è la prevenzione.

Prevenzione che – a certi livelli – si realizza anche con interventi che pertengano la salvaguardia dell’occupazione e l’adeguatezza della retribuzione dei lavoratori. L’impoverimento è la prima causa di devianza, particolarmente della microcriminalità  e non si contrasta né con il carcere né con misure quali il reddito di cittadinanza che non è una cura ma un cerotto su una ferita.

Indipendentemente dall’esito dei referendum nostrani di sicurezza e di problemi della giustizia si continuerà a parlare perché la verità è che la politica tende ad ignorarli sebbene si abbattano sui cittadini e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano da sempre dei mali dell’amministrazione dei tribunali senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi,  l’impressione è che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prendiamo il sovraffollamento carcerario che si ripropone a cadenze regolari di qualche anno o la lunghezza dei processi che sembravano eterni già negli anni Settanta ed oggi durano ancora di più. La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che viene in mente.

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