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In attesa di Giustizia: varie ed eventuali

Sono diversi gli ultimi accadimenti interessanti (o preoccupanti, a seconda) nel mondo della giustizia.

Intanto che riprendono le preoccupazioni per il diffondersi di varianti molto contagiose della pandemia, alcuni Ordini Professionali, soprattutto in Toscana, hanno ottenuto la priorità nella vaccinazione degli avvocati; un privilegio? Niente affatto, come ha spiegato molto bene il Consigliere Giacomo Ebner, magistrato romano illuminato (sarebbe più corretto dire “normale”, ma con i tempi che corrono…) secondo il quale vi sono tre ottime ragioni alla base di questa scelta.

Innanzitutto, quello dell’avvocato – secondo Ebner, ma soprattutto secondo la Costituzione – è un ruolo essenziale nel funzionamento della macchina della Giustizia, inoltre la categoria è stata tra quelle più segnate dalla crisi conseguente alla emergenza sanitaria ed è corretto agevolarne una ripresa in sicurezza – per sé e per gli altri –  della attività, in terzo luogo, l’avvocato svolge una funzione che rende indispensabile il contatto con le persone che non possono essere private della possibilità di conferire più adeguatamente e riservatamente con il proprio difensore senza ricorrere alla intermediazione di Skype call o telefonate. Sì, è vero, di recente, sono emersi altri casi di intercettazioni, anche video, negli studi di avvocati nonostante il divieto per legge…ma questa è un’altra storia.

Un’altra storia che non è pensabile che offra preoccupazioni a Piercamillo Davigo, della cui giacobina presenza non ci siamo ancora liberati, anzi…nonostante il pensionamento, continua ad imperversare. Editorialista del Fatto Quotidiano lo era già in pectore da magistrato e, sfortunatamente, anche i talk shows continuano ad assicurargli soliloqui che ne esaltano (almeno apparentemente) virtù da oracolo posto che rappresenta la permanente ed effettiva corrente di pensiero dominante nella magistratura italiana, o – almeno, è ciò di cui finiscono con l’essere convinti i cittadini cui non vengono offerte misure di confronto.

Ultimamente gli è stato richiesto di commentare Paolo Mieli, che ha profetizzato per Draghi infauste ghigliottine giudiziarie ove dovesse azzardarsi – come puntualmente accaduto in passato – a mettere mano alla riforma della giustizia senza il placet della magistratura italiana.

Davigo orripila ed accusa Mieli di parlare di cose che ignora…sarà ma Mieli era il Direttore del Corriere della Sera durante Mani Pulite: ma l’ex magistrato spiega (siamo a Piazza Pulita) che “per aprire un provvedimento ci vuole una notizia di reato, non è che il pubblico ministero si sveglia la mattina e dice: chi incrimino oggi?”.

“Però non è detto che quei reati vengano dimostrati”, osserva Formigli, il conduttore. “Questo è un altro discorso – è costretto ad ammettere Davigo -, tra l’altro possono non essere dimostrati perché non ci sono, o perché per mille e una ragione non si riesce a dimostrarli, magari per le leggi particolari che abbiamo in questo Paese e che altri Paesi non hanno”.

E qui viene il bello (si fa per dire): può accadere che una accusa sia infondata? Il dott. Davigo ammette con enorme fatica, che ciò che soprattutto accade è che la Verità, naturalmente insita nella originaria ipotesi poliziesca, venga soffocata dalle regole del processo penale italiano, intriso di inaccettabili trappole garantiste. Per esempio che le evidenze acquisite durante le indagini preliminari di regola non valgono durante il dibattimento, e questo spiega perché persone che erano state raggiunte da elementi molto forti e concreti ma non utilizzabili nel processo poi vengano assolti. In realtà la ragione è molto semplice: proprio il codice dice che ciò che viene raccolto durante le indagini – con alcune eccezioni – non costituisce prova ma solo elemento utile per valutare la sostenibilità di una incriminazione nel giudizio il quale è regolato dalla Costituzione; durante il processo che gli elementi di accusa vengono valutati dal giudicante in seguito al contraddittorio tra le parti senza tener per buono le deposizioni di testimoni sentiti in solitudine in un commissariato, le intercettazioni telefoniche riassunte e selezionate a propria discrezione dalla Polizia Giudiziaria, le consulenze tecniche anche in discipline scientifiche adoperate in modo unilaterale dal P.M.

Questa roba qui, secondo il nostro, sarebbe la ragione per la quale spesso accade – orrore! – che gli imputati vengano assolti. Insomma, ecco il disastro della giustizia italiana: è il processo in quanto tale.

Davigo ne resterà disgustato ma c’è anche chi il processo lo evita del tutto perché l’ipotesi accusatoria frana già al termine delle indagini. Come nel caso di Alex Schwarzer, l’atleta sospettato di impiego di doping la cui posizione è stata archiviata. Ci sono voluti quei quattro/cinque anni (che in una carriera agonistica rimasta ferma pesano non poco) ma per lui l’attesa di Giustizia non è stata vana.

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